Taglio dell'erba per gli animali del podere

Taglio dell'erba per gli animali del podere

sabato 6 gennaio 2018

La Befana "nuova" al Podere

Ricordare è cosa che mi viene facile, se si tratta di attimi vissuti nella mia infanzia, contornato da tutto quell'Amore.

Il giorno della Befana era paragonabile al giorno di Natale, e sopratutto con la mia amata bisnonna E. coltivavo una speciale aspettativa fatta dei suoi racconti sulle sue Befane di chissà quanti anni prima.
Lei, che era nata nell'otto (1908) e che veniva da un paesino dell'appennino (l'unica della razza mia a non essere nata qui in zona), aveva vissuto la più profonda tra le miserie, ritrovatasi bimba durante la prima guerra mondiale, con un fratello morto al fronte ed altri fratelli impegnati a sopravvivere in quel periodo tanto buio.
Lei aveva una mansione, ed era quella di parare il maiale nel bosco: con un vettino (la cima di un pollone spesso di castagno) direzionava l'animale a suo piacimento, trascorrendo così giornate intere a gironzolare nel osco dietro casa, senza distinzione di domeniche, feste o festine.
Ricordo che, proprio per la mia sesta Befana lei mi raccontò quella sua sesta Befana, trascorsa interamente al freddo, nella neve, a cercare di scaldarsi battendo i piedi a terra o saltellando un pò.
E quando me ne parlava, ricordo i suoi occhi di bimba che ancora brillavano per quel ricordo: mi emozionava sempre sentire quella vecchia ed adorata nonna parlare del suo essere bambina, quasi come a volersi rievocare in qualcosa di così tanto distante ma mai svanito in lei.
La Befana era la festa più importante, e lei diceva che la preparazione era fondamentale: si doveva preparare il fastello della legna (per avviare il fuoco), e lasciarlo ben comodo vicino alla cappa del camino, con accanto un bicchiere con un poco di vino e qualche ghianda.
La Befana, arrivando nella casa, si sarebbe rifocillata proprio con quella sorsata a bere, e le ghiande sarebbero servite per il suo ciuchino, mentre il fastello le serviva per riavviare il fuoco quando sarebbe ritornata a casa.
Ecco che così tanti anni dopo, quella magia si ripeteva per lei e per il suo nipote, tanto felice di esserne coinvolto.
Ricordo che si andava nel bosco, assieme, a preparare il fastello della legnetta buona e secca, e lo si legava con uno spago, bello stretto per non far scappare la legna durante il viaggio in groppa di ciuco.
Poi, oltre alle tre ghiande di cerro, mettevamo anche una carotina, mentre il bicchiere lo lasciavamo mezzo vuoto, usando comunque il vino nero della cantina.
Un gran calzettone di lana poi penzolava da quella cappa, pronto ad essere riempito con chissà quante cose buone.
E la Befana passava, sempre: a casa di babbo e mamma era la più colorata e ricca, con tanti dolciumi, ma anche regali e regalini; a casa dei miei nonni un'altrettanta calza ricca, anche con qualche giochino piccino; ma la mia preferita era quella di nonna E.
Era una calza che tanto mi ricordava la tradizione. Dentro c'era sempre qualche dattero, qualche mandarino, un arancio (al quale si usava fare sempre una gran festa...proprio come un tempo), qualche noce, qualche nocciola, qualche mandorla. uno o due anacardi, le caramelle Rossana, le caramelle al Rabarbaro, a volte un gomitolo di spago, piuttosto che un nastrino colorato o un sassino dalla forma strana.
E poi, il cartoccio con un pezzettino di carbone, quello con lo spicchio dell'aglio e quello con la cipolla: tutti e tre significavano che qualche marachella l'avevo fatta in passato.
Ricordo i suoi occhi, e quelle mani così noccute e rugose che mi aiutavano a frugare nella calza e a mettere da parte le cose.
A scriverlo ancora oggi mi batte forte il cuore, tanto mi manca il suo sorriso...
Ecco, oggi è la Befana.
Oggi è una bella festa per la mia zona, e per la mia famiglia.
Sarà una Befana "nuova" per noi, con una creatura che ancora non si rende conto di tutto questo, ma che avrà la fortuna di avere la sua bisnonna (la figlia della mia bisnonna E.) che ad ottantotto anni suonati da pochi giorni la prenderà in collo e gli reciterà qualche filastrocca dei suoi tempi.
Forse per l'ultimo anno io e mia moglie avremo una calza per noi, e già tutti in famiglia fantasticheremo sulla prossima Befana e sulle storie da raccontare a questa bella bimba.
Ecco, oggi è un giorno di festa.

mercoledì 3 gennaio 2018

Anno 2017: quando l'Agricoltura appare impossibile

Un fulmine che mi ha tolto internet per una settimana...
A questo punto, il 3 gennaio, non posso certo augurarvi il classico "Buona Fine e Buon Principio", ma posso comunque dedicare del tempo alla scrittura di un resoconto dell'oramai anno passato.

Il 2017, l'anno in cui la Voglia di essere Agricoltore ha rischiato di vacillare sin troppe volte.
Il 2017 è iniziata con quelle stampelle posate di fianco alla poltrona, e con una grande energia e tanta voglia di fare.
Quei giorni di freddo in gennaio mi avevano illuso che quell'inverno sarebbe stato Tosto e Vero, ed invece tutto ciò si è dissolto in una settimana di sotto zero e nulla più: non un fiocco di neve, e presto le piante hanno avuto voglia di risvegliarsi.
Febbraio, un tempo "Freddaio" è stato piovoso come non mai, e tra acquazzoni e fulmini, è trascorso uggioso e veloce, quasi apparentemente inutile, mentre i prati inverdivano laddove sarebbero dovuti essere coperti di neve e freddo.
Marzo, ed il trapianto del frutteto: dopo anni ed anni siamo riusciti a fare questa spesa, con tanto di escavatore a noleggio, ed enorme attenzione per ogni gesto che compivamo. Quelle varietà tanto antiche, studiate e ricercate per anni, erano adesso poste a dimora proprio ai piedi della collina del Podere.
E Marzo non ha dato mai pioggia, e le piante hanno da subito sofferto la sete...di Marzo...
Gli aborti delle capre, ai quali mai mi abituerò.
E Aprile è arrivato, baldanzoso come sempre, mentre me ne stavo fisso in manica di camicia, portando avanti la recinzione lungo il bosco, o dando una mano per smacchiare la legna dalle prode del campo.
Aprile baldanzoso, e...Bastardo, come non mai.
Di gelate per il 7 ne avevamo già viste, ma tre lunghi e maledettissimi giorni di gelata per il 20, 21 e 22 decisamente non avevamo ragione di aspettarceli.
Ed invece sono arrivati...
La tramontana, che spiccava a 60Km/h non mi ha permesso di accendere fuochi nella vigna (tentando quindi di arginare il problema), ed il danno è stato da subito evidente: alla mattina alle 6 c'erano -4°C nell'aia, ed il vento bruciava i germogli e le buttate delle vigne.
Perdere un terzo delle piante, e perderle sapendo che il danno si sarebbe protratto negli anni a venire, non è cosa facile da affrontare.
Tre giorni di patimento.
Tre giorni di sofferenza.
Tre giorni di lacrime.
L'impotenza mia e delle mie mani, di fronte a tanto scempio.
La corsa ai trattamenti a base di propoli. Ogni pianta, curata singolarmente, una per una, senza tralasciare nulla: ma le magie riescono ai maghi, non certo ad un Agricoltore Affranto.
Il Mese di Maggio, tutto nel recupero del salvabile, tra vigna e piante da frutto (anche queste perse per 1/3), annaffiando prima settimanalmente e poi sempre più spesso, tanto un orto che pareva essere a fine carriera piuttosto che all'inizio, quanto per quelle sciagurate piante da frutto che avevano deciso di rimandare la loro dipartita, facendomi penare come non mai.
Lunga agonia, questo potrei dire di quel frutteto, che in Giugno perdeva le sue foglie per il troppo caldo.
Giugno, ed il fieno che non c'era.
Giugno, e la terra dura come il marmo.
Giugno, e la siccità.
Ma è stato per i primi giorni di Luglio che è accaduto l'impensabile: l'uva ha iniziato ad appassire prim'ancora di invaiare.
Follia, condita dalla cascola delle foglie basali, gialle e appassite pure loro.
L'orto potevo annaffiarlo...
...il frutteto potevo anche annaffiarlo...
...ma la vigna no, non avrei potuto e saputo farlo.
Mentre le scorte d'acqua nella pozza calavano drasticamente, e la fonte diminuiva la sua portata, la vigna reclamava il bere che le necessitava per sopravvivere.
Già martoriata dalle gelate e dalle malattie di conseguenza, adesso doveva affrontare qualcosa di assai complicato, e la rinuncia a portare avanti ilo poco frutto che aveva.
Povera vigna.
Agosto, neanche una goccia d'acqua, mentre l'aratro non entrava e tutto intorno andava in fiamme: la notte il sonno era leggero, e l'assillo per quegli incendi ci teneva svegli.
Non un alito di vento, temperature disumane, e l'obbligo di un lavoro che ti fa tenere la testa sotto allo stellone, tutti i giorni, sempre.
Come una carriola di mattoni rovesciata sulla testa, già alle 9 del mattino il lavorare diventava invivibile...ed ogni giorno c'era da arrivare fino a sera.
Povero Agricoltore Anacronistico, che tanto gli rimane sulle balle il caldo, e che invece di aria condizionata o un ombrellone in spiaggia, se l'è dovuto subire tutto...
Ma agosto, tempo di vendemmia, ha raccontato quanto i sacrifici fatti fossero stati vani per il raccolto: una miseria nello scempio.
Non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, ma semplicemente di non essere sciocchi: ci abbiamo rimesso tantissimi soldi, e nulla di meglio.
Settembre, con la fine vendemmia e le olive che cadevano per il caldo, mentre le prime piogge (timide ed appena sussurrate) son tornate a farci sorridere.
Settembre, ed il lavoro in cantina.
Settembre, ed il lavoro al Podere.
Settembre, infinito settembre.
Ottobre, ancora in cantina, con il taglio della legna, la burocrazia, e chissà cos'altro ancora: e le olive non le ho colte, tanto facevano schifo. Parevano già appassite in bocca di forno, eppure erano ancora sulla pianta.
E poi Novembre, ed il freddo nei suoi primi giorni: un freddo, freddo, inaspettato.
Novembre, la legna da ardere, i lavori al trattore, il fieno che già scarseggiava.
Ed alla fine, finalmente, è arrivato Dicembre, freddo, schietto, gioioso.
E finalmente è arrivato il riposo.

Un anno terribilmente duro, il più duro della mia vita, dove il 2014 pare quasi una passeggiata.
Un anno di rimesse economiche, grandi, importantissime.
Un anno di fatica, di solitudine, di arrabbiature, ma sopratutto di prese di coscienza.
Un anno in cui ho visto ben nitido il mio limite, ed ho capito quanto io non possa su ogni cosa che accade al Podere.
Un anno dove ho dovuto mettere il ginocchio a terra, più volte.
Un anno dove più volte mi son chiesto se e quanto valesse la pena continuare a lottare contro il Padreterno o chi per Lui.
Ma su tutto...
Un anno dove la Meraviglia è tornata ad essere quotidiana.
Un anno in cui sono divenuto Uomo come mai prima di allora.
Un anno dove tutto si è ribaltato, andando ad assumere colori ed odori che neanche nei sogni avevo desiderato.
L'anno in cui ho scoperto una Felicità senza tempo, e che ha gli occhi di mia Figlia.
Magari Agronomicamente questo non cambierà molto, ma questo 2017 rimarrà indelebile per un motivo: questo è l''anno in cui sono divenuto Padre.

Buon 2018 a tutti voi.

sabato 23 dicembre 2017

Natale 2017

E' l'Antivigilia di Natale, un giorno così colmo di calore, aspettativa, irrequietudine e divertimento.
Il giorno in cui da bambino facevamo l'albero in casa con babbo e mamma.
Il giorno in cui, un pò come un venerdì sera, sapevo che mancava veramente poco a "quel momento" e già era aria di Festa, quella vera.
Il giorno in cui scrivevo la mia lettera a Babbo Natale, per poi affidarla (e dimenticarla) a quel cassetto della scrivania che tanto custodì dei miei sogni o pensieri più nascosti.
A trentotto anni suonati mi accingo a scriverla di nuovo, certo che questo accadrà ancora per molti anni (io spero).

Caro Babbo Natale,
trentotto ne son passati, e mentre il tempo pare disegnarsi sempre di più sulla mia faccia, io son ancora qui a scriverti parole di bimbo.
Il mio cuore è indubbiamente colmo della gioia più grande che potessi mai provare, ed è nel sorriso di mia figlia, ed in quello di sua madre, dei suoi nonni e dei suoi tanti zii, che io trovo alba e serenità.
Tutti i miei desideri sono per lei.

Tutto il mio tempo è per lei.
Tutta la mia forza è per lei.
Come potrei mai chiederti qualcosa per questo Natale?
Io ho ricevuto il Regalo più grande che la vita potesse darmi: l'ho aspettato tanto, è vero, ed anche per questo  ha il sapore più dolce ed i colori più caldi che mai.
Ricordo quando a sei anni, in quella mia prima letterina, ti chiesi un fratello: quel bisogno di Vita intorno a me era crescente, e negli anni ho rinnovato tale richiesta.

Un fratello non è mai arrivato, ma non mi è mancato niente dalla Vita: amore incondizionato, tempo, attenzioni, insegnamento, protezione, sprono, stimolo datomi da quella cerchia di affetti che tutt'intorno mi stavano facendo crescere.
A quindici anni quel "fratello" venuto dall'Est, e quella voglia di estate per poterci condividere almeno un mese della mia Vita.
La gioia di quel Natale assieme a lui fu uno dei regali più grandi che tu sapesti consegnarmi.
Qualche anno dopo la piccola T., e quel suo sorriso che tanto mi aprì il cuore, e tu sai quanti desideri ho avuto (e sempre avrò) per lei: ieri bimba sdentata che cantava le canzoni di Natale saltandomi sulle ginocchia; oggi giovane donna alle prese con le tribolazioni del cuore e la sua voglia di stare bene nel Mondo, e che anche dopodomani trascorrerà il Natale seduta di fronte a me tra sorrisi e pernacchie.
E qualche anno fa l'arrivo di quella Rospotta, sempre col broncio e mai in un gesto d'affetto, ed oggi esplosiva adolescente a cui so di mancare e con la quale trascorro i pochi momenti di stacco dal lavoro.
Affetti che in qualche modo anche tu hai contribuito a darmi, fondamentali per la mia vita, e così simili all'essermi fratelli, sorelle, o figlie.
Ma quest'anno tutto è cambiato, e quel senso di Crescita è stato definitivo.
Quest'anno ti scrivo come padre, desideroso di ogni bene per la propria figlia: oggi dorme nella sua culla, protetta e tranquilla, ma domani sarà ragazza pronta ad affrontare la Vita con le proprie passioni, le prime grandi delusioni e la determinazione che sò già che la contraddistingueranno.
Ogni mio pensiero, ogni mio desiderio è per lei, e son certo che anche questo Natale tu saprai ascoltarmi comprendendo quanto io desideri.
Che sia un Natale gioioso e sereno, per lei, e per tutti noi.
Che sia un Natale gioioso e sereno per te, che tanto avrai da fare.

Come sempre io ti aspetterò, nel silenzio della camera, con un orecchio rivolto a quella culla, ed uno a te che ti farai riconoscere quando sarai di fronte al camino.
Buon Natale,

tuo, nel tempo,
A.A.



Semmai vi prendesse voglia di leggere i miei desideri e pensieri per i Natali passati, qui troverete qualcosa che potrà farvi sorridere, riflettere, o magari anche solo annoiare.
Natale 2011
Natale 2012
Natale 2013
Natale 2014
Natale 2015
Natale 2016
Per questo Natale 2017 credo sia tutto: la giornata di festa trascorrerà, la cintola cederà un buco, la mia bimba sarà al centro di ogni attenzione, ed il calore sarà più alto e profondo che mai prima d'ora.
A tutti voi, che mi seguite fedeli da anni, a voi che mi seguite da poco, a quelli che lo fanno stando in silenzio, ed a quelli capitati qui per caso, ebbene a tutti voi faccio tre auguri: il primo, che possiate godere di tanti Natali durante l'arco di un singolo 'Anno; il secondo, che sappiate godere di ogni attimo con i vostri Cari; il terzo, che non perdiate mai la voglia di dare voce a quel bambino/a che sempre ha abitato e sempre abiterà dentro di voi, indipendentemente da quello che dichiarerà la vostra carta d'identità.
Che sia gioia e serenità.

BUON NATALE

sabato 16 dicembre 2017

Agrifoglio: albero protettore della vita per mia figlia

La Vita al Podere corre a più non posso.
E tra la stagione che è stata assai avversa, le complicazioni per raggiungere minime produzioni, la mancanza di manodopera per portare avanti i tanti lavori da fare, e l'impegno costante di mia moglie a fare la mamma di una splendida ed impegnativa lattante...tutto questo (e molto altro) mi hanno portato a rimanere indietro con molte cose.
Tra queste ce n'era una che mi pesava molto non aver fatto: scegliere una pianta per mia figlia.

E' tradizione per me dedicare una pianta a chi nasce e chi muore.
Tutto iniziò con ma morte di mio nonno paterno: lui è stato uno dei miei cari che mi ha sempre spinto verso la Natura, e spesso faceva dei gran discorsi sulla Vita, sulla morte, e sugli alberi custodi del ricordo o gli alberi protettori della vita.
"Quando muoio" mi diceva durante le nostre lunghe chiacchierate "vai alla macchia, in un posto dove siamo stati assieme, e prendi una piantina giovane, toglila dal terreno senza sciuparla, e rimettila in un posto che sappia ricordarti di me.  Ogni volta che avrai voglia di cercarmi, potrai trovarmi proprio lì."
Ero letteralmente innamorato di quelle parole, e fantasticavo sempre su quel momento tanto triste quanto solenne.
E come Natura insegna, quel momento arrivò, anni dopo, e proprio mentre avevo il desiderio di fermarmi per piangerlo, mi assentai dalla stanza mortuaria e mi diressi verso l'ultimo posto nella macchia dove l'anno precedente avevamo cercato funghi assieme.
Un piccolo leccio di circa mezza spanna, era proprio al centro di una piazzola che un tempo fu carbonaia.
Con zappino e mani tolsi la pianta dal terreno avendo cura di non sciuparne le radici, la riposi in un vecchio cappello di stoffa, e mi diressi in un luogo in cui so che l'avrei trovato spesso.
Mentre trapiantavo quella pianticella le parlavo, quasi come fosse un citofono con l'aldilà, e mi raccomandavo a mio nonno di non dimenticarsi di quella promessa.
Lui era ateo convinto, ma a suo malgrado era dotato di una spiritualità assai alta, e negli anni seppi ritrovarlo sempre sotto a quel leccio, oggi pianticella alta e fronduta.
Toccò poi a mio nonno materno, e l'iter fu il medesimo.
Poi mio suocero, e stesa cosa feci.
Tre alberi custodi del ricordo, messi in tre luoghi differenti, ai quali rivolgersi per lacrime e sorrisi, e nei quali ritrovare molto di coloro che furono (e rimarranno) indelebili nel cuore, ma talvolta rischiano di svanire nella mente.
Sempre senza spiegare niente a nessuno, sempre sapendo solo io dove poter trovare queste persone a me così care.
Sedersi di fronte a questi alberi riporta automaticamente alla mente quello che si pensava svanito, quasi come a rileggere poche righe di un vecchio libro, e ricordarlo poi tutto come se non fosse mai stato dimenticato.
Ma la Vita ha voluto che, per la prima volta, avessi l'opportunità di scegliere (e poi trapiantare) una pianta per qualcuno che era appena nato: mia figlia.
In questo caso l'albero ha un'importanza diversa: "Quando sarai babbo, allora dovrai scegliere molto bene la pianta per i tuoi figli. Una pianta che possa avere un forte significato, e che possa rappresentarli sempre."
Questa volta si trattava di un albero protettore della Vita.
Ma in quei giorni la mia testa andava a mille, ed il mio cuore ben più veloce...e lasciai trascorrere i primi giorni, e poi altri, e poi altri.
Pensavo e ripensavo alle parole di mio nonno.
Pensavo e ripensavo a quale pianta scegliere.
Doveva essere una pianta che le fungesse da augurio, da ricordo, e sopratutto da protezione.
Protezione...
In campagna la Magia è fusa nelle tradizioni, da sempre, e da sempre molte gesta sono dei veri e propri rituali.
Ecco che quella pianta doveva essere una "pianta magica", ma quale?
C'ho messo quasi quattro mesi, ed un pò me ne vergogno, ma poi ho scelto.
Conosco molte piante, e di queste spesso ne conosco significato ed potere magico.
Non sono un pazzo, ma sono solo un quasiquarantenne che ha ereditato parole e tradizioni, e che continua a tenere ben presente quanto abbia ereditato.
Ebbene, ragiona che ti ragiona, la mia scelta definitiva è poi stata la prima intuizione avuta in ospedale con mia figlia in braccio.
L'Agrifoglio.

L'agrifoglio è un arbusto tipico delle zone fresche, interne, spesso pedomontane o altocollinari.
E' una pianta che può crescere anche qualche metro in altezza, o allargarsi molto, ma comunque preferisce rimanere all'ombra, magari sotto le alte chiome di altri alberi, e svilupparsi (lentamente) in ampiezza.
E' una pianta che molte persone associano al Natale, e non a caso è per molti popoli europei la pianta associabile a Santa Claus, San Nicola, Papà Inverno e Babbo natale.
Una pianta che proprio nel periodo di fine dicembre, e quindi nel periodo natalizio, è generalmente accompagnata dalle sue caratteristiche bacche rosse, che tanto risaltano sul verde (o verde/bianco) delle sue foglie.
Le foglie poi, tanto arrotondate quanto appuntite, sono inconfondibili.
Una pianta che tutti conosciamo, ma che magari non tutti abbiamo la fortuna di poter vedere nascere spontanea nei boschi di fronte casa.
Io ho questa fortuna, ed anche se nel tempo gli agrifoglio sono sempre più rari, ne ho qualche pianta nel mio bosco, a tre minuti a piedi dall'uscio di casa mia.
Nonostante questo, ho deciso di comprarne una pianta in vivaio, proprio per non disturbare questa pianta che tanto amo ma che tanto pare essere sempre più introvabile in cattività.
Badate bene, ogni pianta che ho strappato al terreno, l'ho poi accuratamente trapiantata e debitamente curata, ed oggi è forte e sana: ma di lecci e querce qui ne ho a milioni, mentre di agrifoglio oramai solo 5 o 6 piante.
La decisione di acquistarla è stata semplice, mentre la riuscita di tale intento lo è stato meno.
Ho girato 6 vivai, in tre luoghi diversi (tra cui il capoluogo di provincia), e solo quando stavo iniziando ad arrendermi all'idea di non riuscire in questo, ne ho trovata una, bella, grande, robusta, con tante radici e tanto pane per lei.
Campeggia di fianco all'uscio di casa, ancora nel suo grande vaso, e lì resterà sin quando non deciderò dove metterla intorno alla casa.

Ma ecco perchè ho scelto l'Agrifoglio per mia figlia.
E' una pianta sempreverde, e questo le conferisce significato di LONGEVITA'.
...E da qui l'augurio che lei abbia una Vita Lunga.
E' una pianta che SCACCIA IL MALIGNO, proprio per la conformazione delle sue foglie con il margine spinoso.
...E da qui l'augurio che possa vivere una Vita nel bene, sempre.
E' una pianta che richiama all'AGGRESSIVITA', proprio perchè le sue foglie possono offendere, e non solo difendere.
...E da qui l'augurio che lei possa essere pronta, da brava leoncina quale è, a mordere la Vita nei momenti opportuni, senza aspettare di doversi difendere dopo aver ricevuto il colpo.
E' una pianta che richiama alla FORZA, proprio perchè come la maggior parte degli arbusti, concentra tutto il suo sviluppo aereo in spazi ristretti, e talvolta è intricata e resistente alle intemperie. ...E da qui l'augurio che lei sappia avere forza fisica, ma sopratutto forza morale, e che la possa accompagnare sempre nel Mondo che sarà.
E poi, è una pianta del territorio, AUTOCTONA, e quindi che ha tradizione nel tempo passato. 
...E da qui l'augurio che lei possa sempre ricordarsi da dove viene e che possa avere un senso di appartenenza verso la terra che l'ha accolta.
Ed infine, è appunto una PIANTA DEL NATALE, se non "LA" pianta del Natale (assieme al ginepro), che nella mia zona è, da secoli, simbolo delle festività pagane che seguono il solstizio d'inverno. Chi poteva, negli anni addietro, tagliava un ginepro e lo addobbava con fiocchi, candele, nastrini penzolanti. E così veniva festeggiato Il Ceppo (appunto la festa pagana associabile al Natale).
Ma i più poveri usavano mettere in casa un ramoscello di Agrifoglio, che col suo rosso benaugurale, portava comunque sorrisi e fortuna nelle case.
...E da qui l'augurio che lei possa sempre godere del Natale come Punto di passaggio tra il vecchio ed il nuovo, e che possa festeggiarlo con gioia proprio come il suo babbo le insegnerà a fare negli anni a venire.
L'Agrifoglio quindi, pianta magica che le ricorderà chi è, da dove viene, e che saprà proteggerla e riportala alla Festa ogni volta che lei vorrà.
Devo solo decidere dove trapiantarla, ma per adesso rimarrà proprio lì, ben accanto all'uscio del podere, a fungere da scudo, e ad annunciare il Natale.













martedì 5 dicembre 2017

Quel bisogno che ha anche l'Agricoltore Anacronistico

Parlare.
Parlare per poter stare in silenzio, per tacere tra le troppe parole.
Parlare per sentito dire, cavalcando un'eco senza tappe né meta.
Parlare senza sentire, sfuggendo il suono che fu proprio, già svanente nell'aria.
Parlare, convintamente ed ostinatamente, contro un muro che non ti sa ascoltare.
Parlare alla Terra, per poi sedersi senza risposta, e trovarne mille di lì a poco.
Parlare al vento, che ti schiaffeggia solo per poterti scansare, carico delle chissà quante parole altrui.
Parlare al camino, che fa luce tra la ragione ed il sonno, mentre la bocca rallenta.
Parlare nel pozzo, sfiorando il buio ovattato per ritrovarsi sul fondo più piccini, come a voler tornare indietro.
Parlare, per continuare a parlare a quell'albero che m'ascolta senza muover fronda.
Parlare a quel cane che, silente, non ha bisogno di voce per parlare a me.

Son tante le parole da dire.
Son tanti i modi di farlo.

lunedì 13 novembre 2017

La Vita al Podere raccontata durante una notte piovosa

Mentre me ne sto qui ad aspettare la "Sciabolata Artica", al termine di una domenica uggiosa, e prima di un Lunedì frenetico, ho deciso di scrivere due righe nel mio angolino.
Il camino tira, e tengo il vetro frontale abbassato perchè la ginestra ed il castagno schizzano lapilli, e bruciare le tutine dell'Erede non mi parrebbe la cosa più appropriata.
Lo stendino infatti è stracolmo di pezzetti e pezzettini colorati, parrebbe a prima vista un gran bambolame, ed invece sono i panni di Lei che ha più cambi d'abito che una presentatrice al festival di San Remo.
Il vecchio cane, oramai convinto della sua felicità nell'essere sordo, che ogni sera mi guarda scodinzlando mentre l'Erede emette acuti non di questa terra (e mentre io e la sua mamma facciamo smorfie di dolore tentando di consolarla), e che pare ridermi in faccia, felice...il vecchio cane, appunto, se la dorme sotto al camino, sotto allo stendino, e magari vorrebbe anche una copertina: che vitaccia la sua.
Fuori piove, ed è piacevole sentire la pioggia che bussa sul tetto: per me una ninnananna naturale tra le più belle e romantiche.
Tre coperte di lana su di un lettino improvvisato, ed una notte da passare lontano da loro: quest'influenza non voglio proprio attaccargliela, e quindi mi sono ritirato nello studiolo, con tanto di radiolina accesa per sentire la bimba e la mamma.
Appurato che un pò di magone possa starci, penso al Podere, ed alle cose che stanno accadendo.
Nella stalla oramai il becco dovrebbe aver terminato "il suo lavoro", che a quanto pare porta avanti da luglio, rendendoci sempre tutti tanto partecipi delle sue gioie...(vi lascio immaginare cosa voglia dire avere la stalla sotto casa e visibile da tutti quelli che vengono a trovare l'Erede).
I polli, che non depongono da almeno un mese e mezzo, stanno pensando solo ad ingrassare e nulla più, scordandosi di essere della razza Livorno, e quindi soltanto delle Ovaiole...
Nell'orto le piante di peperone sono state sradicate, e presto la stessa soste toccherà alle melanzane che ancora azzardano con assurde fioriture.
L'ultima colta dell'orto, di stampo estivo, è stata fatta la scorsa settimana, con gli ultimissimi (e durissimi) pomodori rossastri, un paio di zucchini fiorentini e qualche melanzana: ma adesso inizierà il periodo di magra, a base di radicchio, bietola, cavolo e finocchio.  E via così sino alla prossima estate.
La vigna sta finalmente perdendo le foglie, e la lavorazione che le ho fatto la scorsa settimana l'ha salvata da sicuri allagamenti: si beve la pioggia che scende, e bene così.
Gli olivi invece, croce e delizia del sottoscritto, hanno avuto un'annata nettamente scarsa, con olive appassite o comunque raggrinzite: la scelta di non cogliere è stata assai logorata.
Ma, delle 180 piante circa che ci sono, forse solamente 35 avevano olive, ma le quantità di frutto sulla pianta oscillavano dai 5 kili (su qualche vecchio ed altissimo Moraiolo) sino ai pochi ettogrammi in alcuni Leccino.
Mi ci son messo, e c'ho ragionato tanto, ed alla fine ho deciso di non vendere l'olio che mi è avanzato dello scorso anno, e di usarlo nel prossimo venturo.
Per cogliere quelle poche olive, ed arrivare alla franta minima di 5 quintali di frutto, mi ci sarebbero voluti 10 giorni: tempo in cui l'oliva, oltre a rinsecchire, si sarebbe deteriorata, facendo partire fermentazioni indesiderate nelle cassette.  E quello che senza dubbio sarebbe stato un olio grasso e non certo delle migliori annate, avrebbe presentato anche difetti.
Le rese al frantoio sono state delle più disparate: dalla resa del 20% sino alla resa del 5%, e l'azzardo mi sarebbe pesato ancora di più, rischiando di beccare una resa assai bassa.
E poi...non ce la facevo, inutile girarci intorno: tra la cantina, il trattore, gli animali, la legna, la burocrazia, proprio non ce l'avrei fatta a cogliere.
Le castagne poi, evitiamo di parlarne: nemmeno una ne ho assaggiata... (e son 4 anni che va così).
Il Cinipide, bastardissimo sin dentro l'anima sua e di chi ce lo ha portato in italia, mi ha decimato circa il 70% delle piante, e la spesa per lanciare l'antagonista che lo debelli nel giro di qualche anno, è per me molto MOLTO alta.
Ergo: mi mangio il fegato, chiudo gli occhi, ed aspetto che grazie ai lanci di antagonista fatti da altri produttori possa calare l'attacco di questo schifosissimo insetto della malora.
Ho seminato un campo di trifoglio, a mano, e questo ha finalmente bevuto la sua prima acqua...dopo quasi un mese: mi chiedo semmai nascerà qualcosa, e me la rido pensando ai soldi spesi per quel seme tanto costoso.
Soldi, soldi, soldi...
Non sono tanto Anacronistico a parlare di soldi, vero?
Ma vi assicuro che questo 2017 è stata la peggior annata agricola della mia vita, tosta e stronza sino all'ultimo.
Le api, mitiche, hanno fatto un pò di miele, e di cinque alveari (e quindi 5 relativi melari), siamo riusciti udite udite a fare forse 7 kilogrammi di miele.
Guai a lamentarsi!
Considerando che una buona parte è rimasto cristallizzato nelle celle (quello di edera), quello che ne abbiamo tirato fuori (comunque con fatica) è quello che rimane del miele tardo estivo.
Lo ripeto: guai a lamentarsi, visto che avremo forse giusto il miele per il nostro sostentamento.
E mentre i cavalli sono nei box, ed il pascolo è da terminare di recintare, penso al frutteto, o piuttosto a quello che ne rimane, e mi auguro di avere tempo e forza per rimpiazzare una parte delle fallanze proprio entro la fine di questo mese. Pioggia e freddo permettendo.
Altrimenti andrò a Marzo, con un nuovo azzardo.
La legna presto sarà nuovamente da segare, e questa volta mi farò aiutare da babbo e da mio cugino: vediamo se fra tutti, con la ricompensa di un bel pranzo calorico, riuscirò a mantenermi le stive cariche di legna pronta per essere arsa.
Magari questo inverno sarà pure freddo, chissa...
...magari!
Fuori continua a piovere, e si son fatte quasi le tre, e tra tre ore e mezzo sarò in piedi, quindi meglio chiudo qui questo aggiornamento della vita al Podere.
Nella camerona da letto madre e figlia dormono beate, ed i caloriferi mandano un gradevole tempore frutto della legna di cui sopra.
Il cane e la gatta russano, l'uno nella medesima posizione, e l'altra sul divano appallottolata quasi come fosse un riccio.
Il vento sta aumentando, ed in casa c'è odore di mela cotta.
Oggi mia moglie ne ha fatte una cassetta, di quelle dell'albero di fronte alla cucina, cotte a vapore, frullate, ed invasettate.  Io ho concluso l'opera stringendo i barattoli, fasciandoli, e sterilizzandoli nel pentolone.
Mi sa proprio che tra non molto l'Erede inizierà lo svezzamento, ed allora è bene portarsi avanti: mela cotta frullata stivata in cantina e pronta.
Quanto mi piace tutto questo...


venerdì 13 ottobre 2017

Il Grande Caldo

Ha mani dalle dita lunghe, lunghissime.
Ricordo l'ultimo febbraio, piovoso, senza gelo e neve, con temperature di molto sopra la media del periodo.
Un marzo dove, durante l'impianto del frutteto, stavamo in manica di camicia, ed il sole era piacevole ed anche uggioso.
Ricordo nitidamente un aprile, caldo dapprima, bastardo poi con quella gelata A SORPRESA, che mi bruciò così tanto, salvo poi tornare subito al calore.
Maggio, fatto di continue annaffiature, col fieno asciutto, poco, misero, l'erba già ingiallita, le piante sofferenti, e gli ulivi che bruciavano la mignola.
E poi un giugno micidiale, dove pareva che il solleone si fosse veramente incaxxato contro tutto e tutti.
Un luglio desolante, con le querce che ingiallivano, le viti che lasciavano appassire l'uva non ancora invaiata, l'orto che arrancava, la testa che faceva sempre male.
Agosto, mattoni che piombavano dal cielo, la campagna impraticabile, la morte sotto gli occhi, infinito, maledetto.
Settembre, falso, che prima c'ha dato l'abbocco facendoci sperare nella stagione "buona e giusta", addirittura con nottate fresche, ed il camino acceso nella goduria generale, ma che poi è concluso in un caldo schifoso, assurdo, e tanto stupido.
E adesso...
E adesso queste dita maledettamente lunghe hanno toccato anche il mese di Ottobre, con un'"ottobrata" come non la si sentiva e vedeva da anni.
A maniche corte, alle 9 di sera, in casa con il camino spento, e 18 gradi tra i muri: una follia.
La macchia è asciutta, arida, neanche mezzo fungo, le castagne sono piccolissime, indietro, le ghiande manco a trovarne una.
Non piove, e se piove lo fa per pochissimo tempo, salvo poi essere più caldo di prima.
Accendo il fuoco, a sere alterne, ma giusto per volermi sentire in autunno, non certo per la necessità.
E' caldo, un Grande Caldo, che continua.

sabato 30 settembre 2017

Il Cavallone invenduto

Quando ero bimbo non mi immaginavo mai con un cavallo.
Pensavo ad altri animali, asino e capre su tutti, ma mai ad un cavallo.
Non so perchè, ma associavo il cavallo come ad un animale snob, da ricconi che andavano al maneggio a trascorrere domeniche all'aria aperta.
L'equitazione in generale la vedevo come qualcosa di "lontano" dall'Agricoltura, e quei caschetti e stivaletti neri proprio nulla c'entravano con la stalla delle vacche, o il castro dei maiali.
Ero un bimbo, con tanta immaginazione ma anche con tanti limiti.
Crescendo ho comunque avuto sempre una discreta "distanza" tra me ed il cavallo: MAI per paura, ma semplicemente perchè non ne ero interessato.
Piuttosto che cavalcare un Maremmano, da ragazzo avrei preferito una bella moto Husqvarna... magari a quattro tempi, e continuavo a non sentirmi vicino a chi trascorreva interi pomeriggi a perimetrare staccionate di legno, o a strigliare quegli animali tanto grandi.
Poi, quando si diventa uomo, molto cambia, ed ho accostato il cavallo al tiro: all'epoca non c'erano schiere di animalisti che demonizzavano questa cosa, ma piuttosto schiere di ambientalisti che auspicavano un ritorno al lavoro pulito (e quindi privo di trattori e macchinari agricoli).
Ecco che il cavallo entrò nei miei pensieri, e nel progetto del Podere era previsto questo grosso animale, sempre e comunque legato al lavoro del tiro (che si trattasse di un carretto, di un carro o di un aratro).
Poi, coinvolto dall'irrefrenabile passione di una mia cara parente, lasciai che fosse mia moglie ad appassionarsi per prima, e di lì a poco prendemmo la vecchia cavallina che ancora ci delizia con la sua simpatica mole ed il suo caratteruccio niente male.
Lei, mia moglie, amava cavalcare, ma presto si ritrovò in solitudine in questa attività poichè la giovane parente appassionata era divenuta ben più brava ed ambiziosa.
Cedetti, come spesso cede un Uomo, e mi lasciai convincere che era arrivato il momento per portare al podere anche un mio cavallo.
Uno bello grosso, s'intende che doveva reggere la mia stazza, e sopratutto essere pronto al "tiro".
Molti mesi passarono e spesso la ricerca ricadeva sui CAI TPR (Cavallo Agricolo Italiano da Tiro Pesante Rapido): ma il loro era un sangue freddo "a metà", e di tanto in tanto tendevano a matteggiare un poco, mentre io desideravo un cavallo stabile, molto stabile, che potesse essere imperturbabile e con il minimo libero arbitrio.
Immaginatevi un cavallone di 900kg che, mentre sei nella vigna a scavallare le viti, si fa prendere dalle "ruzze" e di estirpa mezzo filare...
Per me ci voleva un cavallo del nord Europa, e così riuscii a trovare.
Un bel cavallone francese, con uno zoccolo grande come la mia testa, posato, attento ai mie comandi, reattivo al momento giusto.
Portato al Podere, imparammo assieme a lavorare, e la sua forza era impressionante.
Lo sellai appena due volte, e solo per tragitti non superiori ai 100 metri: io preferivo stare accanto, o dietro, al cavallo, piuttosto che starci sopra.
Non sarei mai stato un cavaliere.
Sarei stato un Agricoltore che lavorava ANCHE con il suo cavallo da lavoro.
Ma gli impegni aumentarono, arrivarono le api, arrivarono più campi da lavorare, e la forza lavoro intorno a me si assottigliò in modo inversamente proporzionale.
Il cavallo, assieme alla vecchia e bisbetica cavalla, aveva il compito di tenere pulita l'uliveta, di mangiare il fieno buono, e di fare tanta cacca.
Quando passavo a salutarlo, questo s'allungava sempre oltre la staccionata a cercarmi la mano e a darmi una testata.
Poi è arrivato il 2017, l'anno della catarsi.
Durante questo anno ho dovuto rimettere in discussione tutto, più volte, e più volte mi sono peritato al fine di assicurare un qualche mantenimento alle mie abitudini ed a quelle del Podere.
Un giorno, mentre ero a lavoro nella vigna, sono svenuto sotto al sole cuocente, e nel riavermi ho provato un forte senso di solitudine: non potevo più sostenere tutto questo da solo, sopratutto in un'annata così avversa e complicata come quella in corso.
Ma come fare a ridurre il lavoro?
Ho fatto una lista, che poi ho rigorosamente cancellato, azzerato e ricreato di sana pianta, perlomeno 10 volte, e perlomeno per tutte quelle 10 volte c'era una voce con su scritto "Cavallo???".
Essere razionale troppo spesso fa a cazzotti con l'essere sentimentale, ed io quel cavallone non volevo proprio allontanarlo dal mio quotidiano.
Ma da qualche parte dovevo pur rifarmi: tolti i terreni in affitto, delegata la fienagione al terzista, turnati (ancor di più) i campi da lavorare...questo non bastava.
Un giorno, proprio parlando con la parente appassionata di cavalli, comunicai la decisione in famiglia, lasciando tristi molte persone (me per primo...).
Avrei venduto il cavallo.
Io, che avevo mercanteggiato un pò con tutto, che avesse zampe o ruote, un cavallo non lo avevo mai mercanteggiato.
La parente appassionata decise di aiutarmi, e puntualmente mi portò il primo potenziale cliente.
Lui, il potenziale cliente, era uno di quelli bravi, ed ancor di più era convinto di essere bravo, cosa assai complicata quando dall'altra parte c'è uno che come me di cavalli ci capisce poco.
Arrivò, a fatica un saluto, si fiondò nel recinto, scosse la testa, palpò il cavallo, scosse la testa, mi chiese una cavezza, poi una longhina, aprì il recinto, non gli guardò gli zoccoli, non gli guardò la bocca, ma mi disse che è sporco di fango (due giorni prima era piovuto).
Lì capii che forse lui, che certamente era più bravo di me i tema di cavalli, di quel cavallo avrebbe apprezzato ben poco, quindi non ci girai troppo intorno e gli chiesi una cifra importante: lui era disposto a darmi 1/5, magari anche facendomela cadere dall'alto.
Sorrisi, lui si fece serio, chiaramente la trattativa era terminata, lui mi disse che a quella cifra io non lo avrei mai venduto, io gli dissi che per meno di quella cifra non mi sarebbe pesato di continuare a tenerlo, lui se ne andò senza neanche una stretta di mano, sorrisi e comunque lo ringraziai.
La sua auto sfrecciò tra la polvere oltre il piazzale, io guardai il cavallone che a capo basso stava vaporizzando le erbette fresche attorno alla staccionata.
Da quel giorno quel bel cavallone continua sereno e felice la sua vita al Podere, continuando a mangiare fieno buono, a tenere pulita l'uliveta, ed a fare un mare di cacca.
Semmai dovessi cadere in disgrazia lo regalerei, ma mai lo svenderei a nessuno, mai.
...
C'è una morale in questa storia?
Io non lo so, ma so che continuo a non sapermi alleggerire nel lavoro.

venerdì 22 settembre 2017

Avrei potuto dirlo in tanti modi...

Avrei potuto dirlo in tanti modi...
...magari raccontandolo con un'altra storia, oppure affidando le mie parole alla cronaca, o magari inserendo 2000000 foto.
Avrei potuto scrivere questo post quasi un mese fa, oppure avrei potuto tacere per sempre su questo.
Avrei...
...ma io qui metto pensieri e vita dell'Agricoltore quale sono, e per come sono Pensieri e Vita cerco di raccontarli a modo mio.
Quindi, ecco: io sono Padre.
Io sono Padre, mia moglie è Madre, i miei genitori sono Nonni, e la mia Nonna è Bis Nonna...
...ed ancora, io sono Padre...
La mia Vita si è sdoppiata, in un istante, e s'è raddoppiato quel cuore che credevo mai avrebbe potuto/saputo/voluto amare un altra donna: ma nel momento che ho visto mia figlia, proprio in quell'esatto momento, cielo e terra si sono ribaltate, portandomi ad affogare le tristezze in una fonte di lacrime che esisteva da 38 lunghi anni.
Il bimbo e l'uomo si sono tenuti per mano, e l'Amore dei miei genitori s'è fatto di ferro e cristallo nelle mie mani.
Io non lo so spiegare a parole, ma è stato come morire e nascere per la prima volta, con un cuore nuovo che batte solo per Lei.
Mia moglie, bella oltre ogni bellezza, é rinata in un sorriso che sapeva di "sempre".
Il sapore della felicità e salato e dolce, e non si può spiegare se non con un palmo della mano che trema, la voce che scivola sotto le vesti, gli occhi che si aprono al nuovo, e la voglia di fare che si moltiplica.
Io sono Padre, ed è come comprendere qualcosa di incomprensibile che ti è sempre stato narrato, ma che non potrai mai narrare per quello che realmente è.


lunedì 7 agosto 2017

storia di podere: la nana muta ostinata

Ci sono storie Semplici, che sono direttamente narrate dalla Vita al Podere.
Storie che narrano di un quotidiano visibile all'Agricoltore, e che riescono sempre a stupirlo.
Storie che hanno, all'interno della loro modestia, le più grandi e sorprendenti emozioni legate alla Vita.
Storie che inteneriscono, storie che fanno sorridere, storie che tolgono la parola, storie che danno vantaggio alla lacrima.
Una di queste è quella de La nana muta ostinata.
Non avendo un bimbo a cui raccontarla, per adesso la affido a questo angolino di mondo, sperando che magari qualcuno la possa pigliare in prestito per raccontarla al proprio un bimbo di casa.


"Al Podere erano tanti gli animali, e tutti vivevano le proprie vite legati tra di loro, ma ognuno con i propri ruoli.
Loro non parlavano la lingua dell'Agricoltore, ma da lui si facevano intendere ugualmente, reclamando le sue attenzioni o allontanandolo quando questo era inopportuno.
Vivevano la notte ed il giorno, passando dai sussurri ed i silenzi  del buio, ai suoni e rumori fatti sotto il cielo che si colorava del mattino.
Nel loro risveglio l'Agricoltore ritrovava il proprio risveglio, ed erano loro che gli comunicavano il trascorrere delle ore e che tipo di giornata sarebbe stata di lì a poco .
I due galli iniziavano a competere, cantando la propria gloria e autorità, almeno un'ora prima che il sole sorgesse. Grazie a loro l'Agricoltore, che ancora rimaneva al comodo del suo letto, sapeva quanto gli rimanesse prima della levata mattutina.
Era poi il turno delle galline, che come il sole spicchiava dietro alla collina, iniziavano i propri fraseggi competendo tra di loro tra chi più alto poteva sostenere la propria voce. Esse non si davano pace, e continuavano, sempre sovrastate dai due galli, sino a che l'Agricoltore non apriva loro la porta del pollaio, debitamente chiusa ogni notte per preservarle dalla faina, dalla volpe e dalla martora.
A quel punto queste uscivano, compiendo il rituale del giro del pollaio, come a cercare qualche cibaria nascosta alla sera precedente, o come a controllare il perimetro di quella casa che tanto sapeva proteggerle.
Proprio mentre era ancora nel pollaio, era il tacchino a farsi sentire, ma sempre dopo che l'Agricoltore aveva aperto il varco verso l'esterno dei giacigli notturni: sbatteva le ali per sgranchirsi un pò, ed iniziava quel gloglottio ripetitivo che subito attirava l'attenzione delle tortore appollaiate sul ramo del vicino cipresso.
Un dialogo vero e proprio, tra quel grosso pennuto così attaccato al terreno, e quelle leggiadre creature avana che a quanto pare avevano molto da dirgli ogni mattino.
Anche i piccioni della voliera iniziavano i propri dialoghi, poi toccava ai pulcini che sortivano dal piumaggio di mamma chioccia ed avviavano i propri coretto, e poi era la volta delle due papere: quest'ultime non si sarebbero chetate sino al tramonto, accompagnando ogni loro movimento da quel continuo chiacchiericcio che tanto faceva da sottofondo ai suoni del Podere.
Un vero e proprio mercato, con un'esplosione di suoni differenti e legati tra di loro, tanto da creare una vera e propria armonia.
Mentre dalla stalla veniva reclamata l'attenzione dell'Agricoltore, tra i vocalizzi dei capretti, ed i belati delle madri che attendevano l'uscita al pascolo, una mattina l'Agricoltore si accorse che la Nana Muta non era nel gruppo dei pennuti.
Lei, con quel suo pigolare afono e sussurrato, era rimpiattata in un angolo del pollaio, accucciata su se stessa, gonfia e vigile.
L'Agricoltore pensò che si fosse ferita durante la notte, e tendendo la mano per toccarla fu colpito da un beccotto d'avvertimento.
Controllando meglio non vide nulla di strano, e lasciò che questa continuasse a rimanere in disparte, passando poi alla stalla dove era reclamato anche dal Becco che brandiva le corna contro la parete della stalla e belava facendo eco nell'orto dietro casa.
L'Agricoltore, uscito dalla stalla dopo aver ripulito e governato le proprie capre, si fermava sempre qualche istante ad ascoltarle in quel loro mugolare di piacere, mentre con le bocche piene di fieno buono, parevano sottolineare quanto piacesse loro quella colazione così abbondante e saporita.
Era poi la volta della cagna nera, che saltellante intorno all'uomo, non lo aveva mai abbandonato un attimo: quel tozzo di pane secco era il premio mattutino per essergli stata accanto senza far danni, ed al momento che lo riceveva guaiva abbassando il capo in un gesto di profonda gratitudine.
I gatti, immancabili anche loro nell'aia al momento dell'uscita dall'uscio di casa, seguivano assai in disparte l'Agricoltore, salvo avvicinarsi solo al momento delle coccole alla cagna nera, accennando un tentennio di fusa, e qualche miagolio discreto di accompagnamento.
Dalla grandezza delle loro pance l'Agricoltore poteva intendere se avessero fatto una buona caccia notturna, o se fosse necessario integrare con qualche bocconcino preso dal rimasuglio della cena precedente.
Era così che avveniva, più o meno tutte le mattine, oramai da tanto tempo, e quei suoni, quei rumori, e quelle musiche condivano le ore dell'Agricoltore durante il suo lavorare.
Alla sera poi si ripeteva un nuovo rituale, fatto di movimenti, percorsi, suoni.
Prima del tramonto, qualche che fosse il periodo dell'anno, l'Agricoltore aveva da percorrere il medesimo lavoro della mattina.
Nella stalla delle capre, offrendo loro l'ultimo pascolo, mentre riempiva le loro mangiatoie per la notte.
I secchi d'acqua da ricolmare, le chiusure da controllare, e poi quei fischi bitonali, che facevano drizzare le orecchie alle capre, e davano loro l'avvio al rientro nella piccola stalla di legno.
I bubboli che dondolanti scampanellavano, segnavano l'avvicinamento degli animali che, sempre in fila indiana, e sempre secondo le proprie gerarchie, rientravano in stalla per il pasto serale.
Salvo i periodi di mungitura, in cui si sommavano i mugolii delle femmine durante la munta, erano ancora le capre al desinare a mugolare compiaciute per quel buon fieno che anche alla sera avevano trovato in stalla.
Di lì a poco solo qualche scampanellio avrebbe rotto il silenzio della notte, magari durante una grattata o le coccole di una madre ai piccoli.
Le galline, asserragliate di fronte alla porta del recinto, fissavano ogni movimento dell'Agricoltore in quell'intercedere durante l'avvicinamento a loro, e lasciavano dondolare le proprie teste sul ritmo del dondolio del secchio tenuto serrato nella sua mano. Lì dentro infatti c'erano le granaglie ed il pastone che costituivano il pasto unico della giornata, tanto ambito sopratutto nei periodi di magra al pascolo.
Un silenzio di tomba, tutte fisse come a sbarragli la strada qualora il secchio fosse rimasto fuori dal recinto durante il suo passaggio, ma non appena l'Agricoltore se lo tirava dietro, queste lasciavano lui il giusto passaggio per potersi recare dentro al pollaio.
Prima i pulcini, che saltellavano ovunque, pigolando a squarciagola mentre la chioccia ripeteva il suo richiamo a favore del trogolino oramai colmo di semi e semini.
Per secondi i piccioni, tutti sui trespoli, a fissarlo mentre lui cambiava loro l'acqua da bere e riempiva i trogolini. Nemmeno un sussurro, impietriti quasi da quei movimenti che erano preludio del loro desinare.
E poi l'attenzione quella sera cadde sulla solita nana muta, ancora accovacciata ed ancora attenta a segnalare la propria presenza.
L'Agricoltore si inginocchiò di fronte a lei, rassicurandola con un richiamo sussurrato, ed avvicinando lentamente la propria mano a favore del dorso bianco.
Lei, perchè si trattava di una femmina, viveva con l'Agricoltore oramai da molti anni, sette per l'esattezza, ed aveva una storia triste che l'Agricoltore non mancava mai di raccontare.
Ricevuta in regalo assieme ad un maschio, ed ad una coppia di quelle due papere bianche che mai si chetavano, questo regalo era stato destinato al pollaio assieme agli altri pennuti, vista l'abbondanza di spazio e pascolo a loro disposizione.
La coppia di nane mute (Il Nanone e la Nana) viveva piuttosto in disparte, ed aveva i propri angoli preferiti sotto ad un grande lauro o ad un pero selvatico.
Sempre lui avanti, a proteggerla da tutto e tutti, e lei a seguirlo, col capo chino ed obbediente compagna.
Lui, negli anni, aveva dovuto gestire l'audacia dei galletti che, nel loro farsi galli, volevano primeggiare su tutti; aveva fronteggiato, e sempre vinto, contro i ripetuti attacchi del papero bianco che, tra una chiacchierata e l'altra, tentava di corteggiare la Nana; aveva anche tenuto testa, sotto gli occhi increduli dell'Agricoltore, ad una faina che tante botte prese quel giorno dal bravo Nanone.
Tanto fu che l'Agricoltore decise di togliere la coppia di nane mute dal pollaio per dedicare loro uno spazio più ristretto ma ugualmente riparato, dove potessero vivere più tranquillamente il loro essere coppia.
Infatti, nel giro di poco tempo, la Nana depose le uova per la prima volta, e si mise a covare: avevano proprio bisogno di tranquillità, e per due anni ne ebbero molta a loro disposizione.
Ma la cova non andava mai a buon fine: nonostante il soffice giaciglio di piumetto, la cova costante ed accurata della Nana, e la guardia incessante del Nanone, le uova non si dischiudevano mai.
Neanche l'incubatrice dell'Agricoltore seppe dare loro un aiuto.
Un giorno, recandosi dall'amico e vicino contadino, l'Agricoltore propose a lui uno scambio: Baleno, il suo gallo incrocio di Livorno e Ovaiola Rossa, per una nana muta.
L'amico contadino accolse la proposta, e l'Agricoltore tornò al Podere con una nuova femmina da aggiungere alla coppia.
La nuova femmina si integrò da subito, ed il Nanone fece il suo dovere sin dal primo momento, tanto fu che entro un mese la nuova nana iniziò a depositare le uova.
La Nana non fu da meno, e due furono le cove, vicine tra loro, mentre il Nanone vegliava attento.
Ma una mattina, al ritorno da un breve viaggio, l'Agricoltore fece l'amara scoperta: la volpe aveva approfittato di un passaggio nella rete, un taglio che l'Agricoltore non aveva visto, e aveva preso ed ucciso la nuova nana proprio mentre questa covava: le uova rotte erano testimoni di tutto questo, mentre il Nanone c'aveva rimesso la coda e sie era rotto una zampa ed un'ala.
Passato il momento dello sgomento, l'Agricoltore vide che la Nana tendeva il proprio collo verso quelle uova rotte, e ne fissava tre ancora integre: seppur sapesse che erano raffreddate, e che da troppe ore queste non erano state covate, l'Agricoltore le prese, le pulì col lembo della camicia, e le mise sotto alla Nana che alzò l'ala capendo perfettamente quanto stesse accadendo.
Ricucito lo strappo nella rete del recinto, mise la cagna nera a guardia di quella cova, e sperò che la volpe non si ripresentasse di nuovo.
Ma anche quella volta le uova non si schiusero.
Il Nanone e la Nana fissavano quelle tante uova, parlottando tra loro, quasi come non sapessero darsi pace.
Anche il Nanone tentò di covarle per qualche ora, ma alla fine la Nana le discostò col becco dal giaciglio e si raccomandò all'Agricoltore: lui le tolse, una ad una, sotto lo sguardo attento della nana, mentre il Nanone buttava altrove il proprio sguardo.
Erano passati due anni, e l'Agricoltore decise di rinunciare a far covare questi due animali, e li rimise nel pollaio assieme a tutti gli altri pennuti.
Ed i giorni passarono, sempre accompagnati da quell'armonia di rumori e discorsi.
Ma fu un giorno di aprile che, in piena giornata, la volpe volle ritornare al pollaio, proprio mentre tutti gli animali pascolavano tranquilli.
Sorprese tutti, sopratutto la cagna nera che dormiva di fronte all'uscio di casa, e l'Agricoltore che era sul trattore a lavorare.
Le tante piume a terra raccontarono all'Agricoltore di una lotta serrata, e certamente il Nanone riuscì a tenere testa alla volpe ed a proteggere la propria compagna.
Quel giorno il gallo Mastro ci rimise una zampa ed un occhio, e fu seminato il terrore nel pollaio per molte ore.
Ma la Nana, silenziosa ed in disparte, rimase tutta la notte a vegliare alla rete per giaciglio notturno, attendendo il ritorno del suo compagno.
Ma il Nanone non tornò più.
La Nana continuò la propria vita, aggregandosi alle due papere, e sottomettendosi al volere di quel maschio, ma ogni sera ed ogni mattina accoglieva l'Agricoltore con quel suo scodinzolare e pigolare afono, e spesso lui le grattava la testa, o la governava in disparte osservandola.
Capitava che l'Agricoltore, una volta svuotato il secchio delle granaglie, si sedesse su questo, fumando un pò della sua buon pipa, e guardando proprio quella cara Nana che si era adattata alla sua nuova vita, vivendo sempre ai margini, e tentando di covare le uova che le galline deponevano a terra.
Già, perchè la Nana non seppe mai rassegnarsi, ed ogni occasione era buona per lei per tentare con la cova.   Cova che sapientemente l'Agricoltore interrompeva, rubandole l'ovetto di sotto alla pancia, ricevendo un beccotto sulla mano.
Sapeva che l'uovo di un giorno, presto sarebbero diventate quindici uova in tre giorni, e poi trenta in cinque giorni, e che poi le uova si sarebbero rotte (perchè troppe) e che le galline sarebbero impazzite cercando di beccare sotto alla pancia della Nana, certamente rischiando di farle male.
L'Agricoltore aveva accettato quella cosa, e col cuore piccino ogni volta le rubava le uova da sotto quel corpo tanto caldo e morbido.
Ecco che appunto, quella sera, la Nana rimaneva attaccata al terreno raccomandandosi di non disturbarla, ma l'Agricoltore, che già dalla mattina aveva notato tutto questo, decise di metterle la mano sotto per prenderle quello che sicuramente sarebbe stato un uovo di gallina.
Mentre le galline aspettavano di entrare nel pollaio per guadagnare il pasto, l'Agricoltore fece una strana scoperta: la Nana stava si covando si un uovo, ma questo uovo era marrone.
Un uovo marrone?
Come poteva essere?
Nessuna delle galline poteva fare uova marroni, e neanche la tacchina, le papere o la nana stessa.
La Nana lo becco forte, e si alzo su di un fianco, lasciando che l'Agricoltore riponesse quello strano uovo sotto la sua pancia.
Lui eseguì basito.
Entrarono le galline, e la porta del pollaio fu serrata.
L'agricoltore non disse nulla alla moglie, e tanta era la voglia di venirne a capo che trascorse tutta la notte a leggere e rileggere libri ed articoli di giornale, senza capire di quale uovo si trattasse.
L'indomani, alla solita ora, il solito rituale, e dopo aver aperto il pollaio vide che la nana era ancora lì, immobile.
Lui la scostò appena, e vide che ancora quell'ovetto era ben covato.
Lui non capiva...e trascorsero almeno tre giorni prima che riuscisse a venirne a capo.
Si confrontò con l'omino del negozio dei mangimi, con il vicino contadino, e chiese pure per telefono all'amico fattore: nulla.
Quell'ovetto marrone proprio non capiva da cosa fosse venuto fuori.
E poi l'illuminazione...
La moglie dell'agricoltore, qualche giorno prima, come sovente faceva, cucinando aveva tentato di "insegnare" all'Agricoltore ad apprezzare anche gusti che non fossero propri della sua terra e delle sue tradizioni.
Lui, stoico ed ottuso, rimaneva sempre convinto che le ricette storiche e tradizionali fossero le migliori, ma poi cedeva sotto quegli occhi amorevoli e curiosi della moglie, e si prestava all'assaggio di cibi provenienti da altre culture ed altri paesi.
Nel tempo aveva scoperto il curry, il riso basmati, il cumino, lo tzatziki, il mango, lo zenzero, il wasabi, il guacamole...
...e proprio pensando al guacamole di qualche sera prima, arrivò l'illuminazione.
Nel frigo ricordava di avere scorto quelle specie di "pere verdi lustre", che un paiod i volte all'anno comprava la moglie per fare il guacamole.
Queste strane pere si chiamavano Avocado, ed al centro avevano un grosso semone...proprio a forma di ovetto.
La moglie, come di norma, metteva gli scarti della frutta e della verdura in un secchio tenuto sotto all'acquaio, e certamente aveva messo anche quel grosso semone in quello che il giorno seguente divenne il pastone serale dei polli.
Scansato dai becchi delle galline, questo semone era rotolato chissà dove, e la Nana lo aveva chissà come portato nel pollaio, e messo in un giaciglio da lei costruito.
La Nana covava il semone dell'Avvocado.
L'Agricoltore dapprima si mise a ridere, ma poi fu preso da un grande senso d'affetto verso quella nana muta che ostinatamente continuava voler covare, e si precipitò di buon mattino a farle visita.
Appurato che la sua intuizione era stata giusta, decise di lasciare a lei quel semone, e di vedere se e come si sarebbe comportata nel tempo.
Trascorsero i giorni, le settimane, e dopo due mesi e mezzo il quadro fu chiaro.
Con ciclicità la Nana covava quel semone, salvo poi sotterrarlo in un angolo del pollaio per qualche giorno di tregua dove guadagnava il pascolo, e per poi dissotterrarlo e rimettersi a covarlo di nuovo.
All'Agricoltore tornò in mente quando era bimbo, e ciclicamente dormiva con quell'amata scimmia di peluche, salvo poi metterla nell'armadio per un periodo, e poi ritirarla fuori per altri sonni assieme a lei: sonni di affetto e di coccole.
Lasciò che le cose continuassero così, promettendo a se stesso ed alla nana che presto avrebbe preso per lei un nuovo compagno, ordinandolo dall'omino del negozio dei mangimi, nella speranza che questa volta potesse essere la volta buona."