Taglio dell'erba per gli animali del podere

Taglio dell'erba per gli animali del podere

martedì 23 dicembre 2025

La storia di Clemente ed Il Rabbia. Racconto di Natale.

Un passo dopo l'altro.
Piedi sicuri che procedevano.
Scarpe rinforzate, di quelle con la suola buona e tenace, la punta forte e lacci lunghi ben annodati.
Un passo abituato alle salite.
Un passo da vero montanaro.
A lui piaceva essere un montanaro, ed in quel suo arrampicarsi per il sentiero stretto ed impervio poteva sentirsi a proprio agio.
Clemente era un bimbo divertito dalle bellezze del mondo, sempre sorridente, di animo davvero buono, con una profonda passione per le parole, che non mancava mai di riversare nelle orecchie di chiunque gli fosse a tiro.
Che si trattasse di aneddoti e proverbi, o che avesse da raccontare quanto letto in un libro, aveva sempre modo di dire la sua opinione su tutto, argomentando e riuscendo a far appassionare chi lo ascoltasse.
Clemente faceva la terza elementare, ed a scuola andava bene: non era molto d'accordo con la tabellina del sei, faticava poi a ricordarsi di mettere le doppie consonanti quando necessitava, e gli accenti quando erano richiesti, ma a parte questo la vecchia maestra lo teneva tanto in considerazione, sostenendo che lui fosse il miglior oratore della scuolina del paese.
L'insegnante, da dietro quegli occhiali appuntiti e spessi, gli ripeteva che da grande lui sarebbe divenuto un buon sindaco, ed il bambino già si vedeva grande, con un bel paio di baffoni, un panciotto color verde felce, ed uno di quegli orologi da taschino che tanto ambiva a possedere un giorno.
Gli sarebbe piaciuto fare il sindaco, certamente, ma principalmente il suo desiderio era quello di diventare fabbro, proprio come suo padre, e suo nonno prima di suo padre: non voleva tradire le aspettative della sua famiglia, ed aveva da sempre accettato quel suo destino, credendo che plasmare il ferro fosse una vera e propria magia.
Prima duro come pietra, poi morbido grazie alla forza del fuoco e del braccio, e poi di nuovo duro con nuova forma.
Sorrideva pensando che un Fabbro Sindaco sarebbe stata la soluzione migliore, e forse lui sorrideva un pò per tutto.
Gioioso, ma non certo tonto, pronto ad imparare da tutti, rubando con gli occhi mestieri ed atteggiamenti, tanto che pareva assai più grande della sua età anagrafica.
Ed eccolo che camminava, tutto solo, inerpicandosi per una via silente, con scarpe giuste, pantaloni corti nonostante il freddo, calzettoni grossi di lana nera, un maglioncino da cui spuntavano un colletto intirizzito di camicia chiara.
Quella via la conosceva bene, ed era stato il suo nonno a portarlo lì sin da quando lui ne avesse ricordi.
Avrebbe potuto farla ad occhi chiusi, sfidando la sorte nella parte lungo il precipizio, o sapendo su quali pietre balzare per affrontare i tre ruscelli che gli tagliavano la via, ricordandosi di inginocchiarsi e strisciare per passare sotto al grande tronco caduto, o di stare attento a non scivolare sul pietrisco che il ghiaccio nei secoli aveva creato prima della vetta.
C'erano anche le soste obbligatorie, quelle che ogni volta gli alimentavano il sorriso ed il buon umore: tutto si esprimeva come in un rituale, tra ricordi e bisogni, occhi lucidi e canzoncine a stento trattenute tra le labbra.
Una mela in tasca, il coltellino, un pò di corda fine, e la voglia di salire, arrampicarsi, un pò bambino, un pò stambecco.
Il suo nome era Clemente, e proprio come suo nonno prima di lui, aveva il compito di portare quel nome che tanto rassicurava, non molto usuale tra quelle montagne, ma che certamente rimaneva nelle menti di tutti.
Il nonno, di origini meridionali, era salito tra quelle montagne per cercare lavoro, quasi settant'anni prima, e seppe integrarsi imparando usi e costumi sin da subito.
Lì il nonno aveva messo su famiglia, lavorando dal fabbro, imparando sia a battere il ferro che l'arte della mascalcia: aveva anche un mulo chiamato Arturo, con cui aiutava i  compaesani nei trasporti di materiale tra la valle e quelle casupole arroccate.
C'era un quadro in osteria che ritraeva un grande mulo col basto carico di casse, ed accanto un uomo di piccola statura, con un cappello poco usuale per la montagna, che procedeva accanto all'animale: quel quadro l' aveva fatto la figlia dell'oste, ritraendo proprio il nonno Clemente ed Arturo in uno dei tanti trasporti a soma che era possibile vedere quasi tutte le settimane dei periodi senza neve.
Dopo qualche anno lì in montagna al nonno Clemente nacque  un figlio che chiamò Francesco.  Cresciuto tra la fucina ed il buon Arturo, e  il nonno gli trasferì il suo sapere sin dai suoi primissimi anni di vita, aiutando la dote innata della prole, e contribuendo a farlo diventare ancor più bravo di lui.
Francesco era un uomo assai silente, non scherzoso, buono certamente, ma con poca voglia di giochi nell'animo: egli pareva essere felice solo quando lavorava il ferro, ed era lì nella bottega che trascorreva tutto il suo tempo.
Prese moglie solo in tarda età, una giovane donna silente quanto lui, e quasi obbligato dal nonno divenne a sua volta padre del piccolo Clemente.
Volle tributarlo, secondo la tradizione paterna, con quel nome che poco gli piaceva, ma che tanto sentiva giusto per lui.
Ed ecco quindi che la storia si era fatta, in quel bimbo giocoso che trascorreva l'infanzia nella bottega di fabbro, dove padre e nonno lavoravano con grembiuli pesanti e mani scurite dalla limatura di ferro.
Il piccolo Clemente amava quell'odore pungente del fero fuso, e non era mai spaventato dal maglio che batteva o dalle braci di carbone che ardevano potentissime.
Ma, mentre con il padre non riusciva mai ad avere quel legame fatto di complicità ed intesa, era con il nonno che coltivava il tempo oltre la bottega.
Nonno e nipote si arrampicavano su per la montagna più aspra, percorrendo sentieri complicati, e da sempre amavano quella fatica e quella soddisfazione dell'arrivare in vetta.
Il nonno diceva che sulle montagne poteva addirittura vedere anche la sua isola, tanto amata e mai più vista, e la nostalgia e l'amore si fondevano come quei minerali riscaldati alla fucina.
Ogni autunno, prima che la neve ricoprisse con la sua coperta ogni passaggio e riferimento, i due procedevano verso l'ultimo saluto al mondo, e così avrebbe dovuto essere anche quella volta.
Ma la polmonite si portò via il nonno, poche settimane prima, e il piccolo Clemente non seppe dire di no a quel richiamo: si sarebbe arrampicato da solo, sin lassù, sfruttando forse proprio l'ultimo giorno buono per farlo, ed andando per la prima volta da solo.
Al ritorno dalla scuola quel sabato passò dalla bottega del padre, per un saluto, dicendo che sarebbe andato in un posto per fare un regalo al nonno, ma Francesco, il padre, non parve interessato alle sue parole, mentre il maglio batteva forte e il frastuono echeggiava fra le nere pareti di quella stanza.
Il piccolo Clemente uscì, lasciando la cartella di sdrucita lì da una parte, e partendo di corsa verso la piazza del paesino, superando la chiesa dove alcune donne lo salutarono raccomandandosi di non correre così.
Il bambino sapeva di avere solo poche ore di luce per arrivare lassù in cima, e mentre correva guardava fisso la roccia chiara che appiombava proprio sopra le poche case del paese di Scosceso.
Il nome di quel paese raccontava tutta la sua geografia in un unica parola: un pugno di tetti, un campanile basso al centro, il cimitero a vetta di tutto, e poi pareti di roccia, a strapiombo, con qualche albero di larice a fare volume tra tante rocce spigolose.
Più in basso invece il bosco, sino a perdita d'occhio, che vellutava le linee non più aspre della montagna sino alle sue fondamenta affogate nella stretta Valle Scura.
Nel mezzo della valle correva, tra le chiome scure dei larici, il fiume Fondo Ripe, tumultuoso in ogni periodo dell'anno, carico d'acqua gelida che proveniva dalla montagna ed i colli tutti attorno.
Scosceso era molto isolato rispetto agli altri paesi della Valle Scura, e spesso i suoi abitanti si domandavano perchè mai lì i loro avi avessero edificato vite e speranze.
Clemente era alla fine del paesino, e subito dopo il cancello del piccolo cimitero, volle fermarsi a dire una parola al nonno, sussurrandola a distanza, senza voler entrare nel silenzio delle tombe con tutta quella euforia che aveva addosso in quel momento.
Gli mancava suo nonno, gli mancava oltre ogni spiegazione che avrebbe potuto dare, e non ne parlava mai con i suoi genitori, che parevano esser restii a certi discorsi: lui pensava di non essere sbagliato, ma non voleva forzarli a parlare di quel lutto, sentendo che anche loro ce ne soffrivano, anche se in modo diverso dal suo.
Lui cercava sempre riferimenti, parole, aneddoti che gli tenessero vivo il nonno, che si trattasse di passare dall'osteria, o di parlare con qualche boscaiolo che rientrava dal lavoro a valle.
Infatti suo nonno Clemente era stato apprezzato da tutti, e tutti sapevano quanto tenesse a quel bambino, tanto da fargli forse anche un pò da padre quando Francesco era impegnato con il troppo lavoro che soleva accogliere nella sua bottega.
E dopo quel saluto al caro nonno, via su per il sentiero principale, scansando il recinto dei cani del vecchio Umberto, cacciatore di Galli Cedroni amico del nonno: se lo avesse incontrato non avrebbe più avuto tempo per salire, memore di tutte le volte che con il nonno lo incontravano proprio in quelle passeggiate, e sapendo quante parole sarebbero state versate sulle lancette dell'orologio.
Ma Clemente sapeva dove passare, quasi scivolando lungo due rocce lisce e trottando in un sentiero secondario di cui il nonno gli aveva sempre parlato.
Ci sarebbe voluto lo stesso tempo pensava, un'ora circa per l'ascesa, ed avrebbe comunque raggiunto l'obbiettivo seppur affrontando quella piccola avventura di un "pezzettino nuovo" di sentiero.
Doveva solo guardare la vetta della montagna, e poi si sarebbe ricongiunto con  la via già conosciuta.
E passò quindi tra i larici, esplosi di un biondo autunnale, quasi si fossero tinti d'oro per salutarlo..
Uno stradello appena marcato, con odore di resina e i primi aghi gialli in terra.
Continuava a guardare la vetta, a tenerla sempre di riferimento, mentre le prime nuvole scure si avvicinavano e l'aria si raffrescava.
Lui, che il freddo non lo pativa mai, sperava comunque di non incontrare un acquazzone, che in quella stagione gli avrebbe valso certamente un raffreddore e prima ancora una grossa lavata di capo da parte del padre.
Il passaggio sotto a quelle chiome dorate fu piacevole, e presto vide lo stradello che tante volte aveva già percorso, e si convinse che la nuova via fosse comoda, e da ripercorrere altre volte.
Quanta soddisfazione a ritrovarsi nella strada conosciuta, e nessuno gli avrebbe tolto dal viso quell'espressione di felice soddisfazione per quanto aveva appena scoperto.
Il sentiero si inerpicava, ed appunto saltò il primo, poi il secondo ed anche il terzo torrente, senza neanche bagnarsi appena, sicuro di saper mettere scarponi (e testa) nella giusta direzione.
Canticchiava quasi, una delle tante canzoncine che il nonno soleva intonare, e quella nello specifico parlava di folletti curiosi che rubavano il cibo al boscaiolo mentre questo segava un grande albero.
Ridacchiava mentre pronunciava le parole, un pò affannato dalla salita, ma sempre attento all'intonazione.
Quante canzoni gli aveva insegnato suo nonno: c'era quella della polenta magra, quella del falco sul campanile, e quella dell'incendio nel segalaio, ma quando c'erano fate e folletti il piccolo Clemente pareva ancor più coinvolto, con quel suo cuore di bambino sempre pronto a cercare stupore e meraviglia.
Ma era quasi arrivato in cima, mancava solo la parte più difficile: camminare su quel ghiaione senza scivolare pareva sempre la sfida delle sfide, ma sapeva dove appigliarsi, mantenersi in equilibrio, e come dosare le sue energie per mantenerne a sufficienza per il rientro.
Salì, e salì sino in cima, con polpacci duri e cuore felice.
La vetta era come una piccola corona di un re, con una piazzola di qualche metro quadrato, tutta contorniata di aguzze punti taglienti.
E quando fu in cima ebbe una lacrima per il nonno, dicendogli a mezza voce che ce l'avevano fatta anche quella volta, e frugandosi in tasca per mangiare la mela.
Col coltellino scartava così poca buccia tanto da farla essere più trasparente che colorata, e succhiando il torsolo sentiva quell'acidulo che gli metteva forza per ripartire.
Ma guardando l'orizzonte vide anche che il cielo si stava inevitabilmente chiudendo, e che sicuramente sarebbe andato a piovere entro breve tempo.
Doveva rientrare.
Doveva rientrare anche di fretta, ma c'erano punti in cui era saggio affrettare il passo ed altri in cui non poteva permetterselo, poichè sarebbe stato troppo rischioso.
I primi rombi dei tuoi erano lontani, ma in montagna il temporale arriva sempre veloce, e quindi senza perdersi d'animo ripartì, facendo tanta, tanta attenzione nella parte scivolosa, con quel pietrisco che l'avrebbe ricongiunto troppo presto con il suo nonno.
Non scivolò, ebbe saggezza, ed i suoi otto anni di vita si dimostrarono comunque già molti per come seppe affrontare quel pezzo di via.
Lo stradello a quel punto passava proprio tra le rocce, e poteva appoggiare le mani per mantenersi in equilibrio ed affrontare quella sorta di scalinata naturale che lo avrebbe accompagnato per almeno quindici, venti minuti.
Testa bassa, sguardo attento, e la roccia chiara si faceva adesso color piombo, ma non era il tramonto ad anticiparsi, ma le nuvole plumbee che conquistavano luce.
Una goccia, poi un'altra: gelide e nette sui suoi capelli scuri, e doveva affrettare il passo, non c'era alternativa.
Era più o meno a metà strada quando iniziò a piovere in modo copioso, e l'acqua principiava a correre nello stradello, mentre i suoi piedi erano inzuppati, i calzettoni fradici, ed il maglione  pesante.
Per fortuna il temporale pareva averlo risparmiato, andando a sfogarsi altrove, e seppur la luce per vedere fosse davvero poca, sapeva dove andare e come fare, e questo gli dava coraggio e convinzione.
La pioggia però aumentava, e adesso camminare tra quelle rocce diventava troppo scivoloso e pericoloso.
Aveva già fatto due o tre scivoloni quando le ginocchia sentivano il peso delle troppe cadute, ed il procedere era divenuto ormai troppo difficile.
Come poteva fare per rientrare?
C'era il grande tronco caduto, e forse avrebbe potuto accucciarsi lì sotto per ripararsi dalla pioggia, ma il buio lo avrebbe inghiottito di lì a poco, e non c'è notte più buia di una notte di burrasca.
E poi non avrebbe potuto trascorrere troppo tempo lì sotto, poichè l'acqua correva veloce ed abbondante nel sentiero che era diventato un ruscello.
Ah quanto avrebbe voluto il nonno lì con se: lui avrebbe saputo cosa fare, e gli avrebbe permesso di rimaner bambino.
Ma invece adesso doveva scegliere: o fermarsi, rischiando di scivolare fuori dal sentiero, o procedere lentamente, aiutandosi con la luce dei lampi lontani  che di tanto in tanto rischiaravano l'orizzonte.
Non sapeva proprio cosa fare, quando uno di quei lampi gli illuminò una altra possibilità: scendere a destra verso i larici, in quella nuova via da lui scoperta, che sembrava essere migliore poichè meno irta e sassosa.
E fu così che Clemente dette retta alla luce di quel lampo, e si affidò a quella nuova via, ritrovando coraggio e motivazione, e procedendo deciso, ma senza pericolarsi.
Era sotto le fronde dei larici, scosse dalle sberle del vento, e a malapena comprendeva se il suo intercedere fosse diritto.
I lampi infatti erano ora più radi, e la vetta della montagna dietro di lui era completamente coperta dalle nubi, e non vedeva nulla che potesse dirgli in qualche modo se la sua via fosse corretta.
Sentiva comunque che stava scendendo, e sapeva che doveva scendere, ma i suoi otto anni di vita ancora non gli avevano insegnato quanto scendere per non sbagliare strada.
Avrebbe canticchiato volentieri qualcosa, ma proprio non riusciva per quanto i suoi denti stessero battendo per il freddo, e sentiva come un morso nel torace e nel pancino, mentre le mani erano cotte dall'acqua e i piedi ormai insensibili perfino alle pietre appuntite che di tanto in tanto calpestava.
Fu lì che lo sgomento ebbe spazio, e si appoggiò ad un tronco, chiamando prima suo nonno, e poi anche suo padre e sua madre.
Era da solo, nel buio e nella pioggia, scosso da raffiche di vento e lontano da casa, con tutto il corpo indolenzito e la paura che adesso stava vincendo su tutto.
Non sapeva cosa fare, se non lasciare che quel pianto potesse scaldarlo un poco, o ameno potesse dargli l'illusione di questo.
La natura parve ascoltare quel lamento di bambino, e lentamente la pioggia terminò di cadere.
Clemente si guardò attorno, come a non volersi separare da quell'albero che lo aveva protetto in qualche modo, ma sentiva che lì non sarebbe potuto rimanere.
Chissà che ore erano, e chissà quanto tempo era passato da quel saluto fugace dato al padre nella sua bottega.
E sentiva che il freddo si era impossessato di lui, quasi ormai a tenergli bloccate le gambe e le braccia, e il sonno, il vero sonno, spingeva per prendersi tutto.
Forse svenne.
Forse si addormentò.
Ma ebbe il tempo di vedersi disteso, lì sotto quegli alberi altissimi, come se fosse egli stesso salito sulla cima dell'albero a guardarsi verso il basso.
E poi sentì quella mano, calda e forte, e quello scossone che lo sollevava verso il cielo, e gli parve di volare.
Forse era suo nonno che era sceso dalle stelle per soccorrerlo, o forse una fata buona gli aveva dato quel pizzico di magia utile a farlo ritornare verso casa.
Si sentiva dondolare, fluttuare, e poco a poco si sentì al caldo e protetto.
Forse era morto, e lui stesso se ne stava rendendo conto.
E poi il silenzio.
I suoi occhietti curiosi faticavano ad aprirsi, appiccicosi e stanchi, come a voler sollevare troppo peso attaccato alle palpebre.
C'era luce, tanta luce, ed un odore buono, un odore di...cibo.
Cibo?
Che cosa c'entrava l'odore di cibo con la morte?
Trovò la forza di aprire, anzi spalancare gli occhi, e quel che vide fu qualcosa che non avrebbe mai più scordato.
Una stanza, una piccola stanza con le pareti storte, tutte agghindate di quadri, quadretti, ninnoli e trofei strani, colori strani, libri impilati un pò ovunque, una stufa a legna sgangherata più della casa stessa, un pentolone che bolliva, un tavolino accostato ad una parete.
Sul tavolo una candela accesa con un lungo moccolo di cera che colava sul piano stesso.
Di fianco una specie di letto, ma pareva più un insieme di coperte e balle, quasi un giaciglio di topo, ma gigantesco, a misura di umano.
Gli occhi di Clemente cercavano risposte, ma trovavano solo domande su domande.
Ruotava a malapena la testa, e si sentiva caldo ma costretto: era appoggiato da qualche parte, forse una poltrona, o magari una sedia, e sul corpo aveva una pesantissima pelliccia.
Non aveva mai visto nulla di così peloso.
Forse un orso?
Ma dove era?
Una voce stridula, quasi da strega, lo destò completamente, mentre gli chiedeva se avesse ancora freddo.
Una tazza marrone fumante, una mano grinzosa che la sosteneva a suo favore, un braccio magro tutto segnato da strani bracciali, una camicia colorata di colori che nel bosco non aveva mai visto, e poi quella voce streghesca che gli chiedeva se avesse fame.
Clemente annui, ma non riusciva a liberare le braccia da quella pelliccia, tanto era pesante.
Fu aiutato da una seconda mano appartenente a quella voce così strana, e così poté allungarsi fino a prendere la tazza e sorseggiare quello strano intruglio dal sapore nuovo per lui.
La voce lo pregava di bere piano, e di riempirsi il pancino senza correre poichè si sarebbe scottato, ma Clemente aveva già trangugiato tutto senza il minimo problema, e a quel punto si girò alla sua sinistra per dare un volto a quelle mani rugose.
Ma chi era?
Era un uomo, un uomo vecchio, un uomo vecchio e rugoso, con capelli bianchi lunghi, raccolti in un codo, con un orecchino rotondo, una bocca quasi completamente sdentata, occhiali argentati unti e rigati, ed un corpo asciutto e piegato.
L'uomo si mise di fronte a Clemente, dandogli il benvenuto, e dicendoli che lo aveva raccolto sotto ad un larice, e lo aveva portato nella sua capanna poco distante.
Clemente sgranò gli occhi, e capì: la capanna nel bosco, l'uomo strano, vestito strano, con i capelli lunghi e la voce di strega.
Lui era nella casa de Il Rabbia, e quello era proprio Il Rabbia, in carne (poca) ed ossa (sporgenti).
Rimase pietrificato.
Il Rabbia era un nomignolo che suo padre, ed il padre di suo padre prima, usavano per indicare quell'uomo che viveva nel bosco di larici, immerso nella Valle Scura, vicino al fiume Fondo Ripe.
Nessuno a Scosceso aveva un buon rapporto con lui, noto per il suo carattere eccentrico e irascibile.
Una volta all'osteria Clemente aveva sentito una storia, una strana storia che narrava di come Il Rabbia arrivò al paese più o meno ai tempi dell'arrivo di suo nonno Clemente, e pare che i due in principio fossero addirittura amici.
C'era chi sosteneva che provenissero dalla stessa isola, ma il nonno Clemente aveva sempre glissato da quelle dicerie, dicendo che lui non aveva nulla a che fare con quell'individuo.
Il Rabbia era un uomo di mare, un marinaio appunto, scappato tra quelle montagne per sfuggire a qualche errore del suo passato.
Forse un ladro, o magari un assassino, nessuno poteva dirlo, ma in paese si vedeva raramente, forse una volta ogni dieci anni, e soleva andare a comprare il necessario per il suo vivere in chissà quale paese della Valle Scura, o forse addirittura sino alla città.
Nessuno sapeva altro, se non che odiava essere disturbato, e che non ci pensava due volte a inforcare il suo fucile e a scaricare piombo verso chi si avvicinasse alla sua catapecchia.
Già, adesso che la vedeva Clemente poteva confermarlo: era proprio una catapecchia, tutta appiccicata a suon di tavole e travicelli inchiodati, tutta di legno, gocciolante e male odorante, ma calda e colorata al suo interno.
Clemente non sapeva se sentirsi in salvo o in trappola.
Ma quella brodaglia bollente gli aveva messo un gran caldo nelle viscere, e adesso il viso pareva prendergli fuoco, e quindi chiese all'uomo di aiutarlo a togliergli quella pelliccia di dosso.
Era una pelle d'orso, di un orso intero, con le zampe, la testa e tutto il resto, ed Il Rabbia faticò per tirargliela via di dosso, per quanto fosse pesante, anzi pesantissima.
Clemente aveva i piedi nudi e indosso aveva soltanto i pantaloncini, mentre tutto il resto era disteso, in qualche modo ad asciugare di fronte alla stufa a legna.
Il Rabbia gli pose una coperta, questa volta più leggera, e si raccomandò di coprirsi per far riposare le sue ossa che troppa umidità avevano dovuto bere in quella sua avventura notturna.
Clemente chiese a Il Rabbia che ore fossero, e lui rispose che stava albeggiando.
Il cuore di Clemente ebbe un sussulto, pensando allo spavento che si stavano prendendo i suoi genitori, e disse a Il Rabbia che doveva rientrare a casa.
Ma fuori aveva ripreso a piovere, e non era possibile farlo adesso poichè per salire a Scosceso le vie sarebbero state impraticabili per il carro trainato dalla vecchia cavalla dell'uomo.
E  mentre parlava, quel vecchio se ne stava lì, accanto al bambino, con il palmo della mano aperto e osservando qualcosa che gli pareva essere gelosamente trattenuto.
A quel punto si girò verso il bambino porgendogli il coltello, proprio il coltello di Clemente, e dicendogli che lui aveva già visto quel coltello, molti e molti anni prima.
Il Rabbia disse che proprio quel coltello, e non uno simile...proprio quello, lo aveva regalato ad un suo compagno di viaggio, ormai una vita fa.
Da giovanissimo Il Rabbia si dilettava nella realizzazione di coltelli e lame da taglio varie, e proprio il coltello del bambino portava un simbolo (ormai quasi del tutto sbiadito) che lui incideva alla base della lama come propria firma.
Quel coltello poi, molti e molti anni dopo, il nonno Clemente lo donò al suo nipote, insegnandogli ad usare per le cose più semplici e fondamentali come...sbucciarsi una mela.
Il Rabbia conosceva il nonno, e mentre il piccolo Clemente rimaneva stupito, il vecchio continuò con la narrazione.
Entrambi erano partiti dall'isola più a meridione, ed avevano viaggiato in un bastimento, spalla a spalla, assieme al bestiame ed alla puzza che saturava quella stiva.
Entrambi erano partiti giovani, alla volta del lavoro e della speranza, con in tasca mezzo soldo, ed un fagotto per le pochi effetti personali.
Arrivati alla porto della città del nord dopo un lungo e difficile viaggio, si erano separati: mentre Clemente doveva raggiungere alcuni cugini saliti sulle montagne a fare i boscaioli, Il Rabbia sentiva il bisogno di vivere esperienze di mare, continuando ad imbarcarsi per vedere il mondo.
Ed i due non si incontrarono più, per molti anni, sino a che un giorno Il Rabbia si presentò al paese di Scosceso, con alcuni individui poco affidabili che lo marcavano stretto per riscuotere chissà quale debito.
Il Rabbia cercò rifugio proprio nella bottega di Clemente, che l'accolse senza alcun diniego, e durante la  notte un gran trambusto svegliò mezzo paese, mentre le fiamme divampavano dalla bottega del fabbro: lì un incendio stava bruciando il bruciabile, mentre Il Rabbia era scomparso.
Clemente, con l'aiuto di alcuni paesani, domò il rogo, ma de Il Rabbia non seppe più nulla.
Ancora anni, ed i due si rincontrarono nel paese, ma per la versione de Il Rabbia fu lo stesso Clemente a non volergli mai più rivolgere la parola.
Il bambino ascoltava, e continuava a rotolarsi sul palmo della mano quel coltellino, incredulo che tutto questo appena ascoltato fosse realmente avvenuto.
Ma voleva tornare a casa, e troppi discorsi non voleva più farli, per cui propose al vecchio di accompagnarlo a piedi, almeno sino all'imbocco del paese, in modo da non smarrirsi nuovamente poichè non conosceva la via giusta per rincasare.
Fu a quel punto che Il Rabbia esplose, improvvisamente, come un candelotto di dinamite che scoppia senza lasciar speranza: si arrabbiò a tal punto da squittire, invece di urlare, per quanta forza ed afonia mise nel suo delirio.
Il bambino taceva, mentre l'uomo sbatteva un povero pentolino dell'acqua afferrato dalla stufa, sbattendolo sino a romperlo, e  per poi gettarlo a  terra e saltarci sopra.
Adesso il bambino comprendeva da cosa derivasse quel nomignolo che l'uomo si tirava dietro.
Non aveva mai visto così tante bizze in un adulto, e la cosa lo faceva quasi ridere, quasi compatendo il vecchio.
Gli dette tempo, mentre il vecchio era uscito sotto la pioggia continuando il suo torpiloquio.
E non rientrò prima di una mezzora, mezzora nella quale Clemente si alzò da quella poltrona e si mise ad osservare le tante cose strane appese alla parete.
C'erano dei quadri di uomini con la pelle di colore diverso, c'erano simboli che ignorava, forse c'erano anche dei denti di animali, grossi animali, e c'era pure una pietra con inciso sopra la lisca di un pesce.
Guardava curioso, provando a leggere titoli di libri in una lingua a lui sconosciuta, o osservando tanto strano vasellame ammassato in una mensola.
Il Rabbia rientrò, e con la voce stridula di quando era calmo disse che lo avrebbe accompagnato sino alle porte del paese, e che tornando a casa non si sarebbe più voltato indietro.
Clemente accettò, e di corsa si vestì con i panni, solo in parte asciutti, mentre il vecchio frugò a lungo dentro uno strano baule, e tirò fuori una giacca buffa, con alamari e un colletto molto lungo e vistoso.
Il Rabbia gli disse che era di un suo amico, un suo amico nano con cui aveva viaggiato per lavoro, e che la teneva come portafortuna.
Gli disse anche che quella giacca gliela prestava soltanto, e che l'avrebbe rivoluta indietro, a tutti i costi.
Quella giacca era davvero pesante, ed odorava di muschio, oltre che di alcune essenze di cui lui ne ignorava l'origine.
Il Rabbia si mise una pesante mantella, e imbracciò il fucile, giustificandosi con il giovane Clemente che lo faceva solo per precauzione.
E sotto la pioggia, in quella mattina di fine ottobre, i due presero la via per Scosceso, attraverso il lariceto tutto brillante per gli aghi dorati, seppur sotto una dura giornata grigia di pioggia.
Per la strada i due non si dissero nulla, ma era ovvio che Clemente seguiva passo passo quel vecchio, che ogni tanto si fermava a prender fiato, abducendo scuse di ogni genere: quando per un rumore sospetto, quando per far passare un cervo, quando perchè voleva controllare una cosa.
Camminarono per oltre due ore, ed il bambino non avrebbe saputo ritornare al paese di Scosceso, poichè dentro quella Valle Scura era davvero tutto scuro, e non si vedeva nulla.
Soltanto il rombare dell'acqua del Fondo Ripe, che cantava a squarciagola della tanta pioggia caduta la notte prima, poteva essere un riferimento, poichè doveva rimanere a destra, e piano piano divenire sempre più flebile.
Ad un tratto Il Rabbia si fermò, e disse al bambino che erano arrivati: scostandosi mostrò le prime case di Scosceso, e disse al bambino di non perdersi un'altra volta e di riportargli quella giacca alla quale tanto era affezionato.
Clemente annuì, ringraziandolo tanto, e salutandolo, mentre finalmente poteva riprendere un passo migliore per camminare, assai più spedito e vigoroso.
Come un gigante, in pochi balzi fu dentro il paese, e non ci mise molto ad arrivare di fronte la sua casa.
Bussò, chiamando suo padre, ma ad aprire fu la madre, tutta bianca e seria in volto, che trovandoselo di fronte gli mollò subito un ceffone, e poi se lo abbracciò sino quasi a soffocarlo.
Se lo tirò dentro la casa, abbracciandolo e  baciandolo, e colmandolo di carezze e sorrisi, mentre aveva tutto il volto stanco pieno di lacrime.
Clemente invece non versò mezza lacrima, e si scusò almeno cento volte con la madre, chiedendo dove fosse il padre.
Francesco, assieme ad altri uomini del paese, era andato a cercarlo, per tutta la notte, non immaginando che si fosse arrampicato su per la vetta, ne tanto meno che fosse andato a finire nella Valle Scura.
I due sedettero di fronte al camino acceso, e la madre non lasciò mai la mano del figliolo, mentre lei faceva lunghi sospiri e lo guardava accennando sempre un nuovo sorriso.
Dopo un'ora la porta si apri, e il padre entrò tutto grondante e malconcio.
Il bambino si alzò in piedi, scortato dalla madre sorridente, ed a quel punto Clemente scattò verso il padre abbracciandolo e concedendosi alle lacrime più liberatorie.
I due rimasero abbracciati per lungo tempo, tanto dal fare un vero e proprio lago in terra, per quanta acqua avesse addosso Francesco.
Non un ceffone, ne un rimprovero, ma fu il padre a scusarsi con il figlio, dicendo che il giorno prima non aveva ascoltato le sue parole, poichè tutto preso dal suo solito lavorare.
Francesco promise al figliolo che da quel momento le cose sarebbero cambiate...e cambiarono veramente.
Nei giorni seguenti, ogni volta che Clemente rientrava dalla scuola, il padre si fermava nel suo lavorare, ed i due si sedevano davanti al fuoco della bottega e parlavano, ed il figlio raccontava al padre di quello che aveva imparato dalla maestra, o delle battute sul suo futuro come sindaco-fabbro, o degli scherzi fatti ad altri compagni.
Francesco cambio, e cambiò davvero: gli ci volle la paura di perdere un figliolo per comprendere quanto il tempo assieme a lui fosse la cosa più preziosa al mondo.
E nacque subito quella complicità che solo con il suo nonno era riuscita ad avere.
Ma per finire questa storia bisogna raccontare una ultima cosa.
Qualche giorno dopo l'accaduto, Francesco ed il figlio Clemente andarono a trovare Il Rabbia, per ringraziarlo, portargli una torta di mele fatta dalla madre, e naturalmente per restituirgli la sua amata giacca del nano marinaio che tanta fortuna gli aveva portato.
Il Rabbia fu gentile con entrambi, ed accettò il loro invito ad andare a trovarli un giorno o l'altro.
Ma i giorni passarono, e il Rabbia non si fece più vivo.
E il Natale non tardò ad arrivare, e proprio a mezza mattinata, mentre Clemente giocava con il carrettino di legno che Babbo Natale gli aveva lasciato davanti al caminetto, bussarono alla porta, e Francesco andò ad aprire: lì c'era un uomo, con scarpe rosse scarlatto, un cappello scuro a tesa larga, e una pesante mantella.
Si presentò a loro come Cataldo, dicendo che aveva accettato l'invito, e che avrebbe trascorso il Natale con loro.
Francesco e la moglie ebbero piacere di quella visita, e accolsero Il Rabbia (anche se ormai non poteva più essere chiamato con quel nomignolo) mettendogli a disposizione quel poco che avevano, e ben felici di quella visita.
Clemente sedette accanto a Il Rabbia...anzi, accanto a Cataldo, e risero e scherzarono dei tanti aneddoti che aveva da raccontare.
Non una parola sul nonno Clemente, ma prima di uscire dalla casa, dopo una bel pranzo caldo e succulento, Cataldo dette un piccolo regalo a Clemente.
Era un manico di legno, anzi erano le due sezioni di un manico di legno, tutte lavorare e rappresentanti dei leoni e altri animali esotici, e disse al bambino che una parte gliela aveva data lui, ma che alla lama avrebbe dovuto provvederci da solo visto che voleva fare il fabbro.
Sorrise, tirandosi dietro la porta, ed il bambino rimase imbambolato con quel regalo a metà, e chissà quanta curiosità ancora da saziare.
E da quel Natale, rivide almeno altre cento volte Cataldo, ed altre cento volte ritornò a casa con le orecchie e gli occhi pieni di racconti fantastici e avventure incredibili.




Natale 2025

Questo anno ormai è terminato, e tante sono le cose che sono accadute nella mia vita, e poco il tempo che qui ho trascorso nel raccontarvele.
Ho quindi deciso di condividere con voi questo racconto, pensato un paio di mesi fa, e scritto solo quest'oggi per condividerlo per il Natale, come da anni mi piace fare.
Desidero ringraziarvi, ancora ed ancora per il tempo che dedicate a leggere i miei pensieri, e sentendo il dovere anche di dirvi che i racconti agricoli ritorneranno nel prossimo anno, e che la vita al Podere scorre al fianco delle stagioni, tra fatica, cambi di programma, soddisfazioni e desideri.
Spero che il Natale possa portarvi le cose migliori, la bellezza della semplicità, la salute...e sopra a tutto il Tempo: il Tempo per riflettere, il Tempo da essere impiegato diversamente, il Tempo per gli affetti e lo svago, ed il Tempo per rallentare il passo.
Grazie ancora, con riconoscenza ed affetto.
A.A.

P.S.
Se ogni tanto i telefonini li lascerete da soli sul mobile o sulla mensola, credetemi che loro non si offenderanno.
Buon Natale
A.A.










sabato 12 luglio 2025

Cambiamento in atto: quando il tempo detta le regole ed esigenze

Cari lettori, 
avventori o affezionati che siate, come sempre vi ringrazio per il tempo che mi dedicherete.
E' ormai dall'inizio di questo 2025 che stento a condividere qui i miei pensieri e racconti, e trovo doveroso fare alcune precisazioni.
Già in passato, almeno per altre due volte, ho avuto avuto la necessità di rendermi silenzioso (anche qui) per dar modo al cambiamento di prendere nuova forma.
Scrivo in questo blog dal 2011, e seppur con frequenze e tematiche differenti, ho sempre condiviso me stesso, la mia Passione e le Intensità della mia vita.
In molti affezionati sono andati altrove, altri se ne sono aggiunti, e nonostante i miei silenzi prolungati i numeri di questo blog sono cresciuti, spesso lasciandomi attonito.
Come molti di voi ben sapranno, la mia scelta di non abbinare tanto un volto quanto un luogo alla mia figura qui, è stata una dettata sin da subito dal bisogno di rinnegare quell'Apparenza che sempre più potente e dominante si fa nella vita del mondo virtuale e non.
Apparire, Esibirsi, Mettersi in mostra, Correre per risultare migliori: quanto queste cose non mi piacciono.
Le percepisco come una sorta di arrivismo di tipo esibizionista, e spesso le parole usate sono di una lingua che mal comprendo, o addirittura non comprendo affatto.
E mi sento sempre più un alieno, io che costantemente cerco di rimanere nella penombra, preferendo la sostanza all'apparenza, credendo che prima di tutto io debba fare per me, per la mia coscienza, e questo sarà stato fatto bene, allora mia sarà la soddisfazione senza il bisogno di ricevere una coccarda, un premio, un elogio pubblico, o essere il primo.
Mi manca quell'Ego che forse mi avrebbe reso un uomo diverso, magari dotato di maggior spicco ed audacia, forse addirittura un uomo Migliore, non so.
Ed invece appaio sempre più come una persona schiva, come una persona che sa accontentarsi troppo del poco, come qualcuno poco atto alle odierne (e nuove) convenzioni sociali.

Una delle cose che meno mi si addice è la competitività: non mi godrei il tragitto, l'esperienza in se, se dovessi concentrarmi solo sull'essere "bravo" o "il migliore".
E tutto questo è sempre stato un boomerang per me, poichè sento di essere sempre meno capito dagli altri, in antitesi proprio alla comprensione di me stesso che invece si fa più chiara e solida: io sto bene nei miei panni.
Proprio non troppi giorni fa, un amico mi chiese come mai io non avessi una vita attiva sui social, quasi rimproverandomi del fatto che fossi rimasto l'unico ormai a non essermi adeguato a questo, e mente mi parlava in una filippica noiosa ed inutile, mi ripetevo  mentalmente la tabellina del 17 pur di non ridergli sul ghigno, e farlo sentire un bischero.
Non mi sento migliore di lui.
Mi sento diverso da lui.
Ma la diversità è ormai sempre più un problema, non trovate?

Non essere allineati...
Avere un pensiero proprio, a prescindere dal consenso che esso riscuoterà da parte di chi ci ama...
Potersi sentire realmente nel libero arbitrio...
Boomerang, sempre e comunque boomerang.
Un medico mi ha comunicato che sono un "Uomo di mezz'età", e non potendolo contraddire, ho accettato questo con un gran sorriso sul mio volto stanco: non vivo col metro in mano, come in quel Film di Nanni Moretti, e non misuro quanto tempo possa mancarmi ancora.
Penso alle esperienze passate, a quanto mi abbiano formato.
Penso alle fatiche, alle conquiste, e sopra a tutto ai fallimenti: tutto mi ha reso l'uomo di mezz'età che sono oggi, e forse proprio i fallimenti mi hanno rafforzato ancor di più.
E nel suo piccolo, anche questo blog ha rappresentato un approdo da dove spesso salpo ed attracco, senza mai comunicarlo a nessuno, se non a voi presenti.
Già, tra amici e familiari, in due o tre mi seguono qui, rigorosamente in anonimato, rispettando la mia volontà di essere (almeno qui) senza un cognome o un indirizzo.
Secondo me si può dimostrare quel che siamo senza dover avere vetrine scintillanti, raccomandazioni accorate o mappe di percorrenza già scritte da altri per noistessi.
In questi 13 anni vi ho quindi portato nel mio mondo, quello fatto di tante riflessioni, racconti del quotidiano, sogni condivisi, storie inventate, aneddoti carpiti qua e là.
Ed in questi 13 anni ho mantenuto sempre (spero) lo stesso tono cordiale e grato per la vostra voglia di leggere qui e lasciare commenti.

Ma prima ho parlato di cambiamento.
Ebbene, non furono le sirene di tempi andati, ne i numeri crescenti, ne tanto meno spinte emotive sul rincorrere il tempo che corre.
Nossignori.
Oggi sono arrivato a questa scelta con la mia testa, sapendo che non farò un torto a nessuno, e che forse farò (adesso...e non prima di adesso) un piacere a me stesso.
Gettandomi a modo mio in quel gran minestrone che sobbolle, ma facendolo coscientemente e rigorosamente con il mio passo.
Sono anni che ci lavoro, tanti tanti anni, e forse è il momento di raggruppare alcune mie storie e di vederle stampate su carta.
Sono andato così per tanto tempo controcorrente, e continuerò a farlo, fregandomene di metterci faccia e codice fiscale, ma portando avanti la mia personale crociata sulla sostanza e non sul bisogno di associare i pensieri alla persona che li ha prodotti.
Lascerò quindi che siano le parole ad andare avanti, facendomi tanto servo quanto motore di loro, e lasciando che siano loro ad usare me per poi ritrovarsi iscritte su pagine vere, dotate di un proprio odore.
E confesso che tutto è stato sbloccato pensando che altri bimbi possano leggere questo, proprio come il me bambino faceva quasi quarant'anni fa, ed aprendosi al mondo, alla fantasia ed alla curiosità in quel modo che ancora oggi mi appartiene.

Non avrei saputo dirlo in modo differente.
Vi ringrazio.









sabato 22 marzo 2025

L'arrivo della fiacca Primavera

Sono seduto su una pietra liscia, forse l'unica in cui il sedersi è piacevole.
Non bagnarsi è una operazione impossibile, nonostante la pesante cerata che mi protegge dalla pioggia, ma che mi fa sudare ancor di più.
Il rumore è il solito: la pioggia.
Terminava l'anno e questo rumore arrivava ad accompagnare ogni attimo di lì ad oggi.
Oltre ottanta giorni trascorsi, di cui settanta sempre sotto la pioggia, sempre, continuamente, inesorabilmente.
Consumato nell'anima, più che nel fisico, siedo sconsolato tentando di convincere le capre ad uscir dalla stalla, ma loro belanti son ferme lì sull'uscio, come corazzieri impassibili, a far polemica e mostrar dissenso sulla stagione che anche oggi gli si pone davanti.
Non sortono, neanche a scuotergli il secchio col formentone.
Non sortono, neanche a chiamarle come bimbi al parchino.
Il cane abbaia, fradicio e puzzoso, come a volerle convincere, ma tutt'al più loro arretrano, affogandosi nella penombra della stalla da pulire.
Son seduto, e provo a contare i giorni, anzi le ore, in cui dall'inizio dell'anno ho lavorato all'asciutto.
Un gran sospiro mi attraversa, ed a raccontarlo sembra una favola, ma un inverno fradicio come questo io non lo avevo mai raccontato e vissuto.
Ripenso a quel caffè bevuto al bar lungo la strada grande, la settimana scorsa: crocevia di opinionisti e tuttologi, e ricettacolo dei casi umani più fantasiosi e disparati.
C'era il professorone che tuonava con voce baritonale, indicando gli ignari presenti, e giudicandoli come colpevoli di tutto quel piovere...salvo poi andarsene a bordo del suo macchinone a nafta che inquinava più di un vecchio traghetto, e che lasciava almeno un'ora di puzzo nel piazzale asfaltato.
C'era la villeggiante, una sciagurata anima che rimbalza in quel luogo per tirarsi dietro le inimicizie degli avventori e dei locali, specificando sempre che lei ama l'estate, il caldo, il mare... e venendo cordialmente mandata proprio a quel paese, così caldo ed asciutto, così lontano. Ma chi ce l'aveva fatta venire lì in montagna?
C'era il camionista, robusto ed ingombrante, che assediando metà bancone intratteneva i baristi con aneddoti sui dispetti fatti a quei pochi ciclisti che stoicamente sfidavano le onde del suo camion, solo per farsi una sgambata.
C'era il pensionato maldicente, che cuciva corna e cappotti addosso a chiunque...salvo poi aver la moglie a casa che se la diceva da sempre con buona parte dei paesani che non avevano il vizio del bar.
C'ero io, in disparte che bevendo quel caffè allungato e dicacciato, notavo una cosa importante: nessuno parlava del freddo.

Nessun aneddoto sui lastroni di diaccio e sulle macchine accartocciate.
Nessun racconto di quanta neve fosse stata spalata, ammontinata, ed ancora spostata, facendo sfoggio di foto e dettagli.
Nessun storiella su macchine piantate nella neve per catene non messe, o gran macchinoni moderni appanciati a bordo strada.
Nessun accidente tirato al sindaco di turno, perchè non aveva fatto tirare abbastanza sale al mattino, o per come non faceva marciare lo spazzaneve nelle stradine strette.
Non vado spesso al bar, salvo le rare volte in cui scendo a valle, ma anche in quel luogo ho trovato la mancanza di...Inverno.
In questo periodo dell'anno gli aneddoti dovrebbero essere tanti, eppure...nulla di nulla, quasi come si fosse di Novembre o di fine Aprile.
Ed anche mentre son qui a pigliare la mia dose di acqua sul capo, penso che forse il mare sarà salito di una quindicina di metri per tutta l'acqua che qui dalla montagna gli abbiano mandato.
Forse laggiù, verso il mare, saranno tutti saliti ai piani alti, ed avranno avuto tempo per riorganizzarsi con barche e zattere per il loro vivere quotidiano. 
Io proprio non so dove vada tutta quest'acqua, ma di qui ne è corsa tanta, ma tanta davvero.
Penso a tante, troppe cose, ma invece che scaldarmi sento l'umidità che mi piglia a cazzotti le doghe, e devo muovermi, visto che le capre non usciranno neanche oggi.
Il cane, fedele compagno di ogni giornata, mi segue preparandosi al lavoro, ma nulla, richiudo la stalla, e vado a fare un carico di legna per la casa.
Da tutto questo non si scappa, mentre i ciliegi gemmano, l'erba brilla sin quasi a marcire, e le fangaie stancano le giunture durante le camminate.
A capo basso, mentre dei corvi gracchiano su un castagno, penso a quante cose io abbia da fare, cose che non farò, sapendo che la Primavera fiacca, arriverà tra sciroccate, caldo ed ancora pioggia.
E sperando, quasi come a voler pregare santi che non t'ascoltano, che non arrivi la gelata d'Aprile, certo che questa volta asfalterebbe tutto.
Son le solite lamentele, me ne rendo conto, ma se avessi lavorato in un ufficio avrei avuto altro da raccontare, altro di cui lamentarmi, ma questa è la mia vita, e continuo a pensare che non la cambierei mai con null'altro.
Le calze invece adesso son da cambiare: uno stivale non funziona più bene.
Buona primavera.