Taglio dell'erba per gli animali del podere

Taglio dell'erba per gli animali del podere

martedì 23 dicembre 2025

La storia di Clemente ed Il Rabbia. Racconto di Natale.

Un passo dopo l'altro.
Piedi sicuri che procedevano.
Scarpe rinforzate, di quelle con la suola buona e tenace, la punta forte e lacci lunghi ben annodati.
Un passo abituato alle salite.
Un passo da vero montanaro.
A lui piaceva essere un montanaro, ed in quel suo arrampicarsi per il sentiero stretto ed impervio poteva sentirsi a proprio agio.
Clemente era un bimbo divertito dalle bellezze del mondo, sempre sorridente, di animo davvero buono, con una profonda passione per le parole, che non mancava mai di riversare nelle orecchie di chiunque gli fosse a tiro.
Che si trattasse di aneddoti e proverbi, o che avesse da raccontare quanto letto in un libro, aveva sempre modo di dire la sua opinione su tutto, argomentando e riuscendo a far appassionare chi lo ascoltasse.
Clemente faceva la terza elementare, ed a scuola andava bene: non era molto d'accordo con la tabellina del sei, faticava poi a ricordarsi di mettere le doppie consonanti quando necessitava, e gli accenti quando erano richiesti, ma a parte questo la vecchia maestra lo teneva tanto in considerazione, sostenendo che lui fosse il miglior oratore della scuolina del paese.
L'insegnante, da dietro quegli occhiali appuntiti e spessi, gli ripeteva che da grande lui sarebbe divenuto un buon sindaco, ed il bambino già si vedeva grande, con un bel paio di baffoni, un panciotto color verde felce, ed uno di quegli orologi da taschino che tanto ambiva a possedere un giorno.
Gli sarebbe piaciuto fare il sindaco, certamente, ma principalmente il suo desiderio era quello di diventare fabbro, proprio come suo padre, e suo nonno prima di suo padre: non voleva tradire le aspettative della sua famiglia, ed aveva da sempre accettato quel suo destino, credendo che plasmare il ferro fosse una vera e propria magia.
Prima duro come pietra, poi morbido grazie alla forza del fuoco e del braccio, e poi di nuovo duro con nuova forma.
Sorrideva pensando che un Fabbro Sindaco sarebbe stata la soluzione migliore, e forse lui sorrideva un pò per tutto.
Gioioso, ma non certo tonto, pronto ad imparare da tutti, rubando con gli occhi mestieri ed atteggiamenti, tanto che pareva assai più grande della sua età anagrafica.
Ed eccolo che camminava, tutto solo, inerpicandosi per una via silente, con scarpe giuste, pantaloni corti nonostante il freddo, calzettoni grossi di lana nera, un maglioncino da cui spuntavano un colletto intirizzito di camicia chiara.
Quella via la conosceva bene, ed era stato il suo nonno a portarlo lì sin da quando lui ne avesse ricordi.
Avrebbe potuto farla ad occhi chiusi, sfidando la sorte nella parte lungo il precipizio, o sapendo su quali pietre balzare per affrontare i tre ruscelli che gli tagliavano la via, ricordandosi di inginocchiarsi e strisciare per passare sotto al grande tronco caduto, o di stare attento a non scivolare sul pietrisco che il ghiaccio nei secoli aveva creato prima della vetta.
C'erano anche le soste obbligatorie, quelle che ogni volta gli alimentavano il sorriso ed il buon umore: tutto si esprimeva come in un rituale, tra ricordi e bisogni, occhi lucidi e canzoncine a stento trattenute tra le labbra.
Una mela in tasca, il coltellino, un pò di corda fine, e la voglia di salire, arrampicarsi, un pò bambino, un pò stambecco.
Il suo nome era Clemente, e proprio come suo nonno prima di lui, aveva il compito di portare quel nome che tanto rassicurava, non molto usuale tra quelle montagne, ma che certamente rimaneva nelle menti di tutti.
Il nonno, di origini meridionali, era salito tra quelle montagne per cercare lavoro, quasi settant'anni prima, e seppe integrarsi imparando usi e costumi sin da subito.
Lì il nonno aveva messo su famiglia, lavorando dal fabbro, imparando sia a battere il ferro che l'arte della mascalcia: aveva anche un mulo chiamato Arturo, con cui aiutava i  compaesani nei trasporti di materiale tra la valle e quelle casupole arroccate.
C'era un quadro in osteria che ritraeva un grande mulo col basto carico di casse, ed accanto un uomo di piccola statura, con un cappello poco usuale per la montagna, che procedeva accanto all'animale: quel quadro l' aveva fatto la figlia dell'oste, ritraendo proprio il nonno Clemente ed Arturo in uno dei tanti trasporti a soma che era possibile vedere quasi tutte le settimane dei periodi senza neve.
Dopo qualche anno lì in montagna al nonno Clemente nacque  un figlio che chiamò Francesco.  Cresciuto tra la fucina ed il buon Arturo, e  il nonno gli trasferì il suo sapere sin dai suoi primissimi anni di vita, aiutando la dote innata della prole, e contribuendo a farlo diventare ancor più bravo di lui.
Francesco era un uomo assai silente, non scherzoso, buono certamente, ma con poca voglia di giochi nell'animo: egli pareva essere felice solo quando lavorava il ferro, ed era lì nella bottega che trascorreva tutto il suo tempo.
Prese moglie solo in tarda età, una giovane donna silente quanto lui, e quasi obbligato dal nonno divenne a sua volta padre del piccolo Clemente.
Volle tributarlo, secondo la tradizione paterna, con quel nome che poco gli piaceva, ma che tanto sentiva giusto per lui.
Ed ecco quindi che la storia si era fatta, in quel bimbo giocoso che trascorreva l'infanzia nella bottega di fabbro, dove padre e nonno lavoravano con grembiuli pesanti e mani scurite dalla limatura di ferro.
Il piccolo Clemente amava quell'odore pungente del fero fuso, e non era mai spaventato dal maglio che batteva o dalle braci di carbone che ardevano potentissime.
Ma, mentre con il padre non riusciva mai ad avere quel legame fatto di complicità ed intesa, era con il nonno che coltivava il tempo oltre la bottega.
Nonno e nipote si arrampicavano su per la montagna più aspra, percorrendo sentieri complicati, e da sempre amavano quella fatica e quella soddisfazione dell'arrivare in vetta.
Il nonno diceva che sulle montagne poteva addirittura vedere anche la sua isola, tanto amata e mai più vista, e la nostalgia e l'amore si fondevano come quei minerali riscaldati alla fucina.
Ogni autunno, prima che la neve ricoprisse con la sua coperta ogni passaggio e riferimento, i due procedevano verso l'ultimo saluto al mondo, e così avrebbe dovuto essere anche quella volta.
Ma la polmonite si portò via il nonno, poche settimane prima, e il piccolo Clemente non seppe dire di no a quel richiamo: si sarebbe arrampicato da solo, sin lassù, sfruttando forse proprio l'ultimo giorno buono per farlo, ed andando per la prima volta da solo.
Al ritorno dalla scuola quel sabato passò dalla bottega del padre, per un saluto, dicendo che sarebbe andato in un posto per fare un regalo al nonno, ma Francesco, il padre, non parve interessato alle sue parole, mentre il maglio batteva forte e il frastuono echeggiava fra le nere pareti di quella stanza.
Il piccolo Clemente uscì, lasciando la cartella di sdrucita lì da una parte, e partendo di corsa verso la piazza del paesino, superando la chiesa dove alcune donne lo salutarono raccomandandosi di non correre così.
Il bambino sapeva di avere solo poche ore di luce per arrivare lassù in cima, e mentre correva guardava fisso la roccia chiara che appiombava proprio sopra le poche case del paese di Scosceso.
Il nome di quel paese raccontava tutta la sua geografia in un unica parola: un pugno di tetti, un campanile basso al centro, il cimitero a vetta di tutto, e poi pareti di roccia, a strapiombo, con qualche albero di larice a fare volume tra tante rocce spigolose.
Più in basso invece il bosco, sino a perdita d'occhio, che vellutava le linee non più aspre della montagna sino alle sue fondamenta affogate nella stretta Valle Scura.
Nel mezzo della valle correva, tra le chiome scure dei larici, il fiume Fondo Ripe, tumultuoso in ogni periodo dell'anno, carico d'acqua gelida che proveniva dalla montagna ed i colli tutti attorno.
Scosceso era molto isolato rispetto agli altri paesi della Valle Scura, e spesso i suoi abitanti si domandavano perchè mai lì i loro avi avessero edificato vite e speranze.
Clemente era alla fine del paesino, e subito dopo il cancello del piccolo cimitero, volle fermarsi a dire una parola al nonno, sussurrandola a distanza, senza voler entrare nel silenzio delle tombe con tutta quella euforia che aveva addosso in quel momento.
Gli mancava suo nonno, gli mancava oltre ogni spiegazione che avrebbe potuto dare, e non ne parlava mai con i suoi genitori, che parevano esser restii a certi discorsi: lui pensava di non essere sbagliato, ma non voleva forzarli a parlare di quel lutto, sentendo che anche loro ce ne soffrivano, anche se in modo diverso dal suo.
Lui cercava sempre riferimenti, parole, aneddoti che gli tenessero vivo il nonno, che si trattasse di passare dall'osteria, o di parlare con qualche boscaiolo che rientrava dal lavoro a valle.
Infatti suo nonno Clemente era stato apprezzato da tutti, e tutti sapevano quanto tenesse a quel bambino, tanto da fargli forse anche un pò da padre quando Francesco era impegnato con il troppo lavoro che soleva accogliere nella sua bottega.
E dopo quel saluto al caro nonno, via su per il sentiero principale, scansando il recinto dei cani del vecchio Umberto, cacciatore di Galli Cedroni amico del nonno: se lo avesse incontrato non avrebbe più avuto tempo per salire, memore di tutte le volte che con il nonno lo incontravano proprio in quelle passeggiate, e sapendo quante parole sarebbero state versate sulle lancette dell'orologio.
Ma Clemente sapeva dove passare, quasi scivolando lungo due rocce lisce e trottando in un sentiero secondario di cui il nonno gli aveva sempre parlato.
Ci sarebbe voluto lo stesso tempo pensava, un'ora circa per l'ascesa, ed avrebbe comunque raggiunto l'obbiettivo seppur affrontando quella piccola avventura di un "pezzettino nuovo" di sentiero.
Doveva solo guardare la vetta della montagna, e poi si sarebbe ricongiunto con  la via già conosciuta.
E passò quindi tra i larici, esplosi di un biondo autunnale, quasi si fossero tinti d'oro per salutarlo..
Uno stradello appena marcato, con odore di resina e i primi aghi gialli in terra.
Continuava a guardare la vetta, a tenerla sempre di riferimento, mentre le prime nuvole scure si avvicinavano e l'aria si raffrescava.
Lui, che il freddo non lo pativa mai, sperava comunque di non incontrare un acquazzone, che in quella stagione gli avrebbe valso certamente un raffreddore e prima ancora una grossa lavata di capo da parte del padre.
Il passaggio sotto a quelle chiome dorate fu piacevole, e presto vide lo stradello che tante volte aveva già percorso, e si convinse che la nuova via fosse comoda, e da ripercorrere altre volte.
Quanta soddisfazione a ritrovarsi nella strada conosciuta, e nessuno gli avrebbe tolto dal viso quell'espressione di felice soddisfazione per quanto aveva appena scoperto.
Il sentiero si inerpicava, ed appunto saltò il primo, poi il secondo ed anche il terzo torrente, senza neanche bagnarsi appena, sicuro di saper mettere scarponi (e testa) nella giusta direzione.
Canticchiava quasi, una delle tante canzoncine che il nonno soleva intonare, e quella nello specifico parlava di folletti curiosi che rubavano il cibo al boscaiolo mentre questo segava un grande albero.
Ridacchiava mentre pronunciava le parole, un pò affannato dalla salita, ma sempre attento all'intonazione.
Quante canzoni gli aveva insegnato suo nonno: c'era quella della polenta magra, quella del falco sul campanile, e quella dell'incendio nel segalaio, ma quando c'erano fate e folletti il piccolo Clemente pareva ancor più coinvolto, con quel suo cuore di bambino sempre pronto a cercare stupore e meraviglia.
Ma era quasi arrivato in cima, mancava solo la parte più difficile: camminare su quel ghiaione senza scivolare pareva sempre la sfida delle sfide, ma sapeva dove appigliarsi, mantenersi in equilibrio, e come dosare le sue energie per mantenerne a sufficienza per il rientro.
Salì, e salì sino in cima, con polpacci duri e cuore felice.
La vetta era come una piccola corona di un re, con una piazzola di qualche metro quadrato, tutta contorniata di aguzze punti taglienti.
E quando fu in cima ebbe una lacrima per il nonno, dicendogli a mezza voce che ce l'avevano fatta anche quella volta, e frugandosi in tasca per mangiare la mela.
Col coltellino scartava così poca buccia tanto da farla essere più trasparente che colorata, e succhiando il torsolo sentiva quell'acidulo che gli metteva forza per ripartire.
Ma guardando l'orizzonte vide anche che il cielo si stava inevitabilmente chiudendo, e che sicuramente sarebbe andato a piovere entro breve tempo.
Doveva rientrare.
Doveva rientrare anche di fretta, ma c'erano punti in cui era saggio affrettare il passo ed altri in cui non poteva permetterselo, poichè sarebbe stato troppo rischioso.
I primi rombi dei tuoi erano lontani, ma in montagna il temporale arriva sempre veloce, e quindi senza perdersi d'animo ripartì, facendo tanta, tanta attenzione nella parte scivolosa, con quel pietrisco che l'avrebbe ricongiunto troppo presto con il suo nonno.
Non scivolò, ebbe saggezza, ed i suoi otto anni di vita si dimostrarono comunque già molti per come seppe affrontare quel pezzo di via.
Lo stradello a quel punto passava proprio tra le rocce, e poteva appoggiare le mani per mantenersi in equilibrio ed affrontare quella sorta di scalinata naturale che lo avrebbe accompagnato per almeno quindici, venti minuti.
Testa bassa, sguardo attento, e la roccia chiara si faceva adesso color piombo, ma non era il tramonto ad anticiparsi, ma le nuvole plumbee che conquistavano luce.
Una goccia, poi un'altra: gelide e nette sui suoi capelli scuri, e doveva affrettare il passo, non c'era alternativa.
Era più o meno a metà strada quando iniziò a piovere in modo copioso, e l'acqua principiava a correre nello stradello, mentre i suoi piedi erano inzuppati, i calzettoni fradici, ed il maglione  pesante.
Per fortuna il temporale pareva averlo risparmiato, andando a sfogarsi altrove, e seppur la luce per vedere fosse davvero poca, sapeva dove andare e come fare, e questo gli dava coraggio e convinzione.
La pioggia però aumentava, e adesso camminare tra quelle rocce diventava troppo scivoloso e pericoloso.
Aveva già fatto due o tre scivoloni quando le ginocchia sentivano il peso delle troppe cadute, ed il procedere era divenuto ormai troppo difficile.
Come poteva fare per rientrare?
C'era il grande tronco caduto, e forse avrebbe potuto accucciarsi lì sotto per ripararsi dalla pioggia, ma il buio lo avrebbe inghiottito di lì a poco, e non c'è notte più buia di una notte di burrasca.
E poi non avrebbe potuto trascorrere troppo tempo lì sotto, poichè l'acqua correva veloce ed abbondante nel sentiero che era diventato un ruscello.
Ah quanto avrebbe voluto il nonno lì con se: lui avrebbe saputo cosa fare, e gli avrebbe permesso di rimaner bambino.
Ma invece adesso doveva scegliere: o fermarsi, rischiando di scivolare fuori dal sentiero, o procedere lentamente, aiutandosi con la luce dei lampi lontani  che di tanto in tanto rischiaravano l'orizzonte.
Non sapeva proprio cosa fare, quando uno di quei lampi gli illuminò una altra possibilità: scendere a destra verso i larici, in quella nuova via da lui scoperta, che sembrava essere migliore poichè meno irta e sassosa.
E fu così che Clemente dette retta alla luce di quel lampo, e si affidò a quella nuova via, ritrovando coraggio e motivazione, e procedendo deciso, ma senza pericolarsi.
Era sotto le fronde dei larici, scosse dalle sberle del vento, e a malapena comprendeva se il suo intercedere fosse diritto.
I lampi infatti erano ora più radi, e la vetta della montagna dietro di lui era completamente coperta dalle nubi, e non vedeva nulla che potesse dirgli in qualche modo se la sua via fosse corretta.
Sentiva comunque che stava scendendo, e sapeva che doveva scendere, ma i suoi otto anni di vita ancora non gli avevano insegnato quanto scendere per non sbagliare strada.
Avrebbe canticchiato volentieri qualcosa, ma proprio non riusciva per quanto i suoi denti stessero battendo per il freddo, e sentiva come un morso nel torace e nel pancino, mentre le mani erano cotte dall'acqua e i piedi ormai insensibili perfino alle pietre appuntite che di tanto in tanto calpestava.
Fu lì che lo sgomento ebbe spazio, e si appoggiò ad un tronco, chiamando prima suo nonno, e poi anche suo padre e sua madre.
Era da solo, nel buio e nella pioggia, scosso da raffiche di vento e lontano da casa, con tutto il corpo indolenzito e la paura che adesso stava vincendo su tutto.
Non sapeva cosa fare, se non lasciare che quel pianto potesse scaldarlo un poco, o ameno potesse dargli l'illusione di questo.
La natura parve ascoltare quel lamento di bambino, e lentamente la pioggia terminò di cadere.
Clemente si guardò attorno, come a non volersi separare da quell'albero che lo aveva protetto in qualche modo, ma sentiva che lì non sarebbe potuto rimanere.
Chissà che ore erano, e chissà quanto tempo era passato da quel saluto fugace dato al padre nella sua bottega.
E sentiva che il freddo si era impossessato di lui, quasi ormai a tenergli bloccate le gambe e le braccia, e il sonno, il vero sonno, spingeva per prendersi tutto.
Forse svenne.
Forse si addormentò.
Ma ebbe il tempo di vedersi disteso, lì sotto quegli alberi altissimi, come se fosse egli stesso salito sulla cima dell'albero a guardarsi verso il basso.
E poi sentì quella mano, calda e forte, e quello scossone che lo sollevava verso il cielo, e gli parve di volare.
Forse era suo nonno che era sceso dalle stelle per soccorrerlo, o forse una fata buona gli aveva dato quel pizzico di magia utile a farlo ritornare verso casa.
Si sentiva dondolare, fluttuare, e poco a poco si sentì al caldo e protetto.
Forse era morto, e lui stesso se ne stava rendendo conto.
E poi il silenzio.
I suoi occhietti curiosi faticavano ad aprirsi, appiccicosi e stanchi, come a voler sollevare troppo peso attaccato alle palpebre.
C'era luce, tanta luce, ed un odore buono, un odore di...cibo.
Cibo?
Che cosa c'entrava l'odore di cibo con la morte?
Trovò la forza di aprire, anzi spalancare gli occhi, e quel che vide fu qualcosa che non avrebbe mai più scordato.
Una stanza, una piccola stanza con le pareti storte, tutte agghindate di quadri, quadretti, ninnoli e trofei strani, colori strani, libri impilati un pò ovunque, una stufa a legna sgangherata più della casa stessa, un pentolone che bolliva, un tavolino accostato ad una parete.
Sul tavolo una candela accesa con un lungo moccolo di cera che colava sul piano stesso.
Di fianco una specie di letto, ma pareva più un insieme di coperte e balle, quasi un giaciglio di topo, ma gigantesco, a misura di umano.
Gli occhi di Clemente cercavano risposte, ma trovavano solo domande su domande.
Ruotava a malapena la testa, e si sentiva caldo ma costretto: era appoggiato da qualche parte, forse una poltrona, o magari una sedia, e sul corpo aveva una pesantissima pelliccia.
Non aveva mai visto nulla di così peloso.
Forse un orso?
Ma dove era?
Una voce stridula, quasi da strega, lo destò completamente, mentre gli chiedeva se avesse ancora freddo.
Una tazza marrone fumante, una mano grinzosa che la sosteneva a suo favore, un braccio magro tutto segnato da strani bracciali, una camicia colorata di colori che nel bosco non aveva mai visto, e poi quella voce streghesca che gli chiedeva se avesse fame.
Clemente annui, ma non riusciva a liberare le braccia da quella pelliccia, tanto era pesante.
Fu aiutato da una seconda mano appartenente a quella voce così strana, e così poté allungarsi fino a prendere la tazza e sorseggiare quello strano intruglio dal sapore nuovo per lui.
La voce lo pregava di bere piano, e di riempirsi il pancino senza correre poichè si sarebbe scottato, ma Clemente aveva già trangugiato tutto senza il minimo problema, e a quel punto si girò alla sua sinistra per dare un volto a quelle mani rugose.
Ma chi era?
Era un uomo, un uomo vecchio, un uomo vecchio e rugoso, con capelli bianchi lunghi, raccolti in un codo, con un orecchino rotondo, una bocca quasi completamente sdentata, occhiali argentati unti e rigati, ed un corpo asciutto e piegato.
L'uomo si mise di fronte a Clemente, dandogli il benvenuto, e dicendoli che lo aveva raccolto sotto ad un larice, e lo aveva portato nella sua capanna poco distante.
Clemente sgranò gli occhi, e capì: la capanna nel bosco, l'uomo strano, vestito strano, con i capelli lunghi e la voce di strega.
Lui era nella casa de Il Rabbia, e quello era proprio Il Rabbia, in carne (poca) ed ossa (sporgenti).
Rimase pietrificato.
Il Rabbia era un nomignolo che suo padre, ed il padre di suo padre prima, usavano per indicare quell'uomo che viveva nel bosco di larici, immerso nella Valle Scura, vicino al fiume Fondo Ripe.
Nessuno a Scosceso aveva un buon rapporto con lui, noto per il suo carattere eccentrico e irascibile.
Una volta all'osteria Clemente aveva sentito una storia, una strana storia che narrava di come Il Rabbia arrivò al paese più o meno ai tempi dell'arrivo di suo nonno Clemente, e pare che i due in principio fossero addirittura amici.
C'era chi sosteneva che provenissero dalla stessa isola, ma il nonno Clemente aveva sempre glissato da quelle dicerie, dicendo che lui non aveva nulla a che fare con quell'individuo.
Il Rabbia era un uomo di mare, un marinaio appunto, scappato tra quelle montagne per sfuggire a qualche errore del suo passato.
Forse un ladro, o magari un assassino, nessuno poteva dirlo, ma in paese si vedeva raramente, forse una volta ogni dieci anni, e soleva andare a comprare il necessario per il suo vivere in chissà quale paese della Valle Scura, o forse addirittura sino alla città.
Nessuno sapeva altro, se non che odiava essere disturbato, e che non ci pensava due volte a inforcare il suo fucile e a scaricare piombo verso chi si avvicinasse alla sua catapecchia.
Già, adesso che la vedeva Clemente poteva confermarlo: era proprio una catapecchia, tutta appiccicata a suon di tavole e travicelli inchiodati, tutta di legno, gocciolante e male odorante, ma calda e colorata al suo interno.
Clemente non sapeva se sentirsi in salvo o in trappola.
Ma quella brodaglia bollente gli aveva messo un gran caldo nelle viscere, e adesso il viso pareva prendergli fuoco, e quindi chiese all'uomo di aiutarlo a togliergli quella pelliccia di dosso.
Era una pelle d'orso, di un orso intero, con le zampe, la testa e tutto il resto, ed Il Rabbia faticò per tirargliela via di dosso, per quanto fosse pesante, anzi pesantissima.
Clemente aveva i piedi nudi e indosso aveva soltanto i pantaloncini, mentre tutto il resto era disteso, in qualche modo ad asciugare di fronte alla stufa a legna.
Il Rabbia gli pose una coperta, questa volta più leggera, e si raccomandò di coprirsi per far riposare le sue ossa che troppa umidità avevano dovuto bere in quella sua avventura notturna.
Clemente chiese a Il Rabbia che ore fossero, e lui rispose che stava albeggiando.
Il cuore di Clemente ebbe un sussulto, pensando allo spavento che si stavano prendendo i suoi genitori, e disse a Il Rabbia che doveva rientrare a casa.
Ma fuori aveva ripreso a piovere, e non era possibile farlo adesso poichè per salire a Scosceso le vie sarebbero state impraticabili per il carro trainato dalla vecchia cavalla dell'uomo.
E  mentre parlava, quel vecchio se ne stava lì, accanto al bambino, con il palmo della mano aperto e osservando qualcosa che gli pareva essere gelosamente trattenuto.
A quel punto si girò verso il bambino porgendogli il coltello, proprio il coltello di Clemente, e dicendogli che lui aveva già visto quel coltello, molti e molti anni prima.
Il Rabbia disse che proprio quel coltello, e non uno simile...proprio quello, lo aveva regalato ad un suo compagno di viaggio, ormai una vita fa.
Da giovanissimo Il Rabbia si dilettava nella realizzazione di coltelli e lame da taglio varie, e proprio il coltello del bambino portava un simbolo (ormai quasi del tutto sbiadito) che lui incideva alla base della lama come propria firma.
Quel coltello poi, molti e molti anni dopo, il nonno Clemente lo donò al suo nipote, insegnandogli ad usare per le cose più semplici e fondamentali come...sbucciarsi una mela.
Il Rabbia conosceva il nonno, e mentre il piccolo Clemente rimaneva stupito, il vecchio continuò con la narrazione.
Entrambi erano partiti dall'isola più a meridione, ed avevano viaggiato in un bastimento, spalla a spalla, assieme al bestiame ed alla puzza che saturava quella stiva.
Entrambi erano partiti giovani, alla volta del lavoro e della speranza, con in tasca mezzo soldo, ed un fagotto per le pochi effetti personali.
Arrivati alla porto della città del nord dopo un lungo e difficile viaggio, si erano separati: mentre Clemente doveva raggiungere alcuni cugini saliti sulle montagne a fare i boscaioli, Il Rabbia sentiva il bisogno di vivere esperienze di mare, continuando ad imbarcarsi per vedere il mondo.
Ed i due non si incontrarono più, per molti anni, sino a che un giorno Il Rabbia si presentò al paese di Scosceso, con alcuni individui poco affidabili che lo marcavano stretto per riscuotere chissà quale debito.
Il Rabbia cercò rifugio proprio nella bottega di Clemente, che l'accolse senza alcun diniego, e durante la  notte un gran trambusto svegliò mezzo paese, mentre le fiamme divampavano dalla bottega del fabbro: lì un incendio stava bruciando il bruciabile, mentre Il Rabbia era scomparso.
Clemente, con l'aiuto di alcuni paesani, domò il rogo, ma de Il Rabbia non seppe più nulla.
Ancora anni, ed i due si rincontrarono nel paese, ma per la versione de Il Rabbia fu lo stesso Clemente a non volergli mai più rivolgere la parola.
Il bambino ascoltava, e continuava a rotolarsi sul palmo della mano quel coltellino, incredulo che tutto questo appena ascoltato fosse realmente avvenuto.
Ma voleva tornare a casa, e troppi discorsi non voleva più farli, per cui propose al vecchio di accompagnarlo a piedi, almeno sino all'imbocco del paese, in modo da non smarrirsi nuovamente poichè non conosceva la via giusta per rincasare.
Fu a quel punto che Il Rabbia esplose, improvvisamente, come un candelotto di dinamite che scoppia senza lasciar speranza: si arrabbiò a tal punto da squittire, invece di urlare, per quanta forza ed afonia mise nel suo delirio.
Il bambino taceva, mentre l'uomo sbatteva un povero pentolino dell'acqua afferrato dalla stufa, sbattendolo sino a romperlo, e  per poi gettarlo a  terra e saltarci sopra.
Adesso il bambino comprendeva da cosa derivasse quel nomignolo che l'uomo si tirava dietro.
Non aveva mai visto così tante bizze in un adulto, e la cosa lo faceva quasi ridere, quasi compatendo il vecchio.
Gli dette tempo, mentre il vecchio era uscito sotto la pioggia continuando il suo torpiloquio.
E non rientrò prima di una mezzora, mezzora nella quale Clemente si alzò da quella poltrona e si mise ad osservare le tante cose strane appese alla parete.
C'erano dei quadri di uomini con la pelle di colore diverso, c'erano simboli che ignorava, forse c'erano anche dei denti di animali, grossi animali, e c'era pure una pietra con inciso sopra la lisca di un pesce.
Guardava curioso, provando a leggere titoli di libri in una lingua a lui sconosciuta, o osservando tanto strano vasellame ammassato in una mensola.
Il Rabbia rientrò, e con la voce stridula di quando era calmo disse che lo avrebbe accompagnato sino alle porte del paese, e che tornando a casa non si sarebbe più voltato indietro.
Clemente accettò, e di corsa si vestì con i panni, solo in parte asciutti, mentre il vecchio frugò a lungo dentro uno strano baule, e tirò fuori una giacca buffa, con alamari e un colletto molto lungo e vistoso.
Il Rabbia gli disse che era di un suo amico, un suo amico nano con cui aveva viaggiato per lavoro, e che la teneva come portafortuna.
Gli disse anche che quella giacca gliela prestava soltanto, e che l'avrebbe rivoluta indietro, a tutti i costi.
Quella giacca era davvero pesante, ed odorava di muschio, oltre che di alcune essenze di cui lui ne ignorava l'origine.
Il Rabbia si mise una pesante mantella, e imbracciò il fucile, giustificandosi con il giovane Clemente che lo faceva solo per precauzione.
E sotto la pioggia, in quella mattina di fine ottobre, i due presero la via per Scosceso, attraverso il lariceto tutto brillante per gli aghi dorati, seppur sotto una dura giornata grigia di pioggia.
Per la strada i due non si dissero nulla, ma era ovvio che Clemente seguiva passo passo quel vecchio, che ogni tanto si fermava a prender fiato, abducendo scuse di ogni genere: quando per un rumore sospetto, quando per far passare un cervo, quando perchè voleva controllare una cosa.
Camminarono per oltre due ore, ed il bambino non avrebbe saputo ritornare al paese di Scosceso, poichè dentro quella Valle Scura era davvero tutto scuro, e non si vedeva nulla.
Soltanto il rombare dell'acqua del Fondo Ripe, che cantava a squarciagola della tanta pioggia caduta la notte prima, poteva essere un riferimento, poichè doveva rimanere a destra, e piano piano divenire sempre più flebile.
Ad un tratto Il Rabbia si fermò, e disse al bambino che erano arrivati: scostandosi mostrò le prime case di Scosceso, e disse al bambino di non perdersi un'altra volta e di riportargli quella giacca alla quale tanto era affezionato.
Clemente annuì, ringraziandolo tanto, e salutandolo, mentre finalmente poteva riprendere un passo migliore per camminare, assai più spedito e vigoroso.
Come un gigante, in pochi balzi fu dentro il paese, e non ci mise molto ad arrivare di fronte la sua casa.
Bussò, chiamando suo padre, ma ad aprire fu la madre, tutta bianca e seria in volto, che trovandoselo di fronte gli mollò subito un ceffone, e poi se lo abbracciò sino quasi a soffocarlo.
Se lo tirò dentro la casa, abbracciandolo e  baciandolo, e colmandolo di carezze e sorrisi, mentre aveva tutto il volto stanco pieno di lacrime.
Clemente invece non versò mezza lacrima, e si scusò almeno cento volte con la madre, chiedendo dove fosse il padre.
Francesco, assieme ad altri uomini del paese, era andato a cercarlo, per tutta la notte, non immaginando che si fosse arrampicato su per la vetta, ne tanto meno che fosse andato a finire nella Valle Scura.
I due sedettero di fronte al camino acceso, e la madre non lasciò mai la mano del figliolo, mentre lei faceva lunghi sospiri e lo guardava accennando sempre un nuovo sorriso.
Dopo un'ora la porta si apri, e il padre entrò tutto grondante e malconcio.
Il bambino si alzò in piedi, scortato dalla madre sorridente, ed a quel punto Clemente scattò verso il padre abbracciandolo e concedendosi alle lacrime più liberatorie.
I due rimasero abbracciati per lungo tempo, tanto dal fare un vero e proprio lago in terra, per quanta acqua avesse addosso Francesco.
Non un ceffone, ne un rimprovero, ma fu il padre a scusarsi con il figlio, dicendo che il giorno prima non aveva ascoltato le sue parole, poichè tutto preso dal suo solito lavorare.
Francesco promise al figliolo che da quel momento le cose sarebbero cambiate...e cambiarono veramente.
Nei giorni seguenti, ogni volta che Clemente rientrava dalla scuola, il padre si fermava nel suo lavorare, ed i due si sedevano davanti al fuoco della bottega e parlavano, ed il figlio raccontava al padre di quello che aveva imparato dalla maestra, o delle battute sul suo futuro come sindaco-fabbro, o degli scherzi fatti ad altri compagni.
Francesco cambio, e cambiò davvero: gli ci volle la paura di perdere un figliolo per comprendere quanto il tempo assieme a lui fosse la cosa più preziosa al mondo.
E nacque subito quella complicità che solo con il suo nonno era riuscita ad avere.
Ma per finire questa storia bisogna raccontare una ultima cosa.
Qualche giorno dopo l'accaduto, Francesco ed il figlio Clemente andarono a trovare Il Rabbia, per ringraziarlo, portargli una torta di mele fatta dalla madre, e naturalmente per restituirgli la sua amata giacca del nano marinaio che tanta fortuna gli aveva portato.
Il Rabbia fu gentile con entrambi, ed accettò il loro invito ad andare a trovarli un giorno o l'altro.
Ma i giorni passarono, e il Rabbia non si fece più vivo.
E il Natale non tardò ad arrivare, e proprio a mezza mattinata, mentre Clemente giocava con il carrettino di legno che Babbo Natale gli aveva lasciato davanti al caminetto, bussarono alla porta, e Francesco andò ad aprire: lì c'era un uomo, con scarpe rosse scarlatto, un cappello scuro a tesa larga, e una pesante mantella.
Si presentò a loro come Cataldo, dicendo che aveva accettato l'invito, e che avrebbe trascorso il Natale con loro.
Francesco e la moglie ebbero piacere di quella visita, e accolsero Il Rabbia (anche se ormai non poteva più essere chiamato con quel nomignolo) mettendogli a disposizione quel poco che avevano, e ben felici di quella visita.
Clemente sedette accanto a Il Rabbia...anzi, accanto a Cataldo, e risero e scherzarono dei tanti aneddoti che aveva da raccontare.
Non una parola sul nonno Clemente, ma prima di uscire dalla casa, dopo una bel pranzo caldo e succulento, Cataldo dette un piccolo regalo a Clemente.
Era un manico di legno, anzi erano le due sezioni di un manico di legno, tutte lavorare e rappresentanti dei leoni e altri animali esotici, e disse al bambino che una parte gliela aveva data lui, ma che alla lama avrebbe dovuto provvederci da solo visto che voleva fare il fabbro.
Sorrise, tirandosi dietro la porta, ed il bambino rimase imbambolato con quel regalo a metà, e chissà quanta curiosità ancora da saziare.
E da quel Natale, rivide almeno altre cento volte Cataldo, ed altre cento volte ritornò a casa con le orecchie e gli occhi pieni di racconti fantastici e avventure incredibili.




Natale 2025

Questo anno ormai è terminato, e tante sono le cose che sono accadute nella mia vita, e poco il tempo che qui ho trascorso nel raccontarvele.
Ho quindi deciso di condividere con voi questo racconto, pensato un paio di mesi fa, e scritto solo quest'oggi per condividerlo per il Natale, come da anni mi piace fare.
Desidero ringraziarvi, ancora ed ancora per il tempo che dedicate a leggere i miei pensieri, e sentendo il dovere anche di dirvi che i racconti agricoli ritorneranno nel prossimo anno, e che la vita al Podere scorre al fianco delle stagioni, tra fatica, cambi di programma, soddisfazioni e desideri.
Spero che il Natale possa portarvi le cose migliori, la bellezza della semplicità, la salute...e sopra a tutto il Tempo: il Tempo per riflettere, il Tempo da essere impiegato diversamente, il Tempo per gli affetti e lo svago, ed il Tempo per rallentare il passo.
Grazie ancora, con riconoscenza ed affetto.
A.A.

P.S.
Se ogni tanto i telefonini li lascerete da soli sul mobile o sulla mensola, credetemi che loro non si offenderanno.
Buon Natale
A.A.










sabato 12 luglio 2025

Cambiamento in atto: quando il tempo detta le regole ed esigenze

Cari lettori, 
avventori o affezionati che siate, come sempre vi ringrazio per il tempo che mi dedicherete.
E' ormai dall'inizio di questo 2025 che stento a condividere qui i miei pensieri e racconti, e trovo doveroso fare alcune precisazioni.
Già in passato, almeno per altre due volte, ho avuto avuto la necessità di rendermi silenzioso (anche qui) per dar modo al cambiamento di prendere nuova forma.
Scrivo in questo blog dal 2011, e seppur con frequenze e tematiche differenti, ho sempre condiviso me stesso, la mia Passione e le Intensità della mia vita.
In molti affezionati sono andati altrove, altri se ne sono aggiunti, e nonostante i miei silenzi prolungati i numeri di questo blog sono cresciuti, spesso lasciandomi attonito.
Come molti di voi ben sapranno, la mia scelta di non abbinare tanto un volto quanto un luogo alla mia figura qui, è stata una dettata sin da subito dal bisogno di rinnegare quell'Apparenza che sempre più potente e dominante si fa nella vita del mondo virtuale e non.
Apparire, Esibirsi, Mettersi in mostra, Correre per risultare migliori: quanto queste cose non mi piacciono.
Le percepisco come una sorta di arrivismo di tipo esibizionista, e spesso le parole usate sono di una lingua che mal comprendo, o addirittura non comprendo affatto.
E mi sento sempre più un alieno, io che costantemente cerco di rimanere nella penombra, preferendo la sostanza all'apparenza, credendo che prima di tutto io debba fare per me, per la mia coscienza, e questo sarà stato fatto bene, allora mia sarà la soddisfazione senza il bisogno di ricevere una coccarda, un premio, un elogio pubblico, o essere il primo.
Mi manca quell'Ego che forse mi avrebbe reso un uomo diverso, magari dotato di maggior spicco ed audacia, forse addirittura un uomo Migliore, non so.
Ed invece appaio sempre più come una persona schiva, come una persona che sa accontentarsi troppo del poco, come qualcuno poco atto alle odierne (e nuove) convenzioni sociali.

Una delle cose che meno mi si addice è la competitività: non mi godrei il tragitto, l'esperienza in se, se dovessi concentrarmi solo sull'essere "bravo" o "il migliore".
E tutto questo è sempre stato un boomerang per me, poichè sento di essere sempre meno capito dagli altri, in antitesi proprio alla comprensione di me stesso che invece si fa più chiara e solida: io sto bene nei miei panni.
Proprio non troppi giorni fa, un amico mi chiese come mai io non avessi una vita attiva sui social, quasi rimproverandomi del fatto che fossi rimasto l'unico ormai a non essermi adeguato a questo, e mente mi parlava in una filippica noiosa ed inutile, mi ripetevo  mentalmente la tabellina del 17 pur di non ridergli sul ghigno, e farlo sentire un bischero.
Non mi sento migliore di lui.
Mi sento diverso da lui.
Ma la diversità è ormai sempre più un problema, non trovate?

Non essere allineati...
Avere un pensiero proprio, a prescindere dal consenso che esso riscuoterà da parte di chi ci ama...
Potersi sentire realmente nel libero arbitrio...
Boomerang, sempre e comunque boomerang.
Un medico mi ha comunicato che sono un "Uomo di mezz'età", e non potendolo contraddire, ho accettato questo con un gran sorriso sul mio volto stanco: non vivo col metro in mano, come in quel Film di Nanni Moretti, e non misuro quanto tempo possa mancarmi ancora.
Penso alle esperienze passate, a quanto mi abbiano formato.
Penso alle fatiche, alle conquiste, e sopra a tutto ai fallimenti: tutto mi ha reso l'uomo di mezz'età che sono oggi, e forse proprio i fallimenti mi hanno rafforzato ancor di più.
E nel suo piccolo, anche questo blog ha rappresentato un approdo da dove spesso salpo ed attracco, senza mai comunicarlo a nessuno, se non a voi presenti.
Già, tra amici e familiari, in due o tre mi seguono qui, rigorosamente in anonimato, rispettando la mia volontà di essere (almeno qui) senza un cognome o un indirizzo.
Secondo me si può dimostrare quel che siamo senza dover avere vetrine scintillanti, raccomandazioni accorate o mappe di percorrenza già scritte da altri per noistessi.
In questi 13 anni vi ho quindi portato nel mio mondo, quello fatto di tante riflessioni, racconti del quotidiano, sogni condivisi, storie inventate, aneddoti carpiti qua e là.
Ed in questi 13 anni ho mantenuto sempre (spero) lo stesso tono cordiale e grato per la vostra voglia di leggere qui e lasciare commenti.

Ma prima ho parlato di cambiamento.
Ebbene, non furono le sirene di tempi andati, ne i numeri crescenti, ne tanto meno spinte emotive sul rincorrere il tempo che corre.
Nossignori.
Oggi sono arrivato a questa scelta con la mia testa, sapendo che non farò un torto a nessuno, e che forse farò (adesso...e non prima di adesso) un piacere a me stesso.
Gettandomi a modo mio in quel gran minestrone che sobbolle, ma facendolo coscientemente e rigorosamente con il mio passo.
Sono anni che ci lavoro, tanti tanti anni, e forse è il momento di raggruppare alcune mie storie e di vederle stampate su carta.
Sono andato così per tanto tempo controcorrente, e continuerò a farlo, fregandomene di metterci faccia e codice fiscale, ma portando avanti la mia personale crociata sulla sostanza e non sul bisogno di associare i pensieri alla persona che li ha prodotti.
Lascerò quindi che siano le parole ad andare avanti, facendomi tanto servo quanto motore di loro, e lasciando che siano loro ad usare me per poi ritrovarsi iscritte su pagine vere, dotate di un proprio odore.
E confesso che tutto è stato sbloccato pensando che altri bimbi possano leggere questo, proprio come il me bambino faceva quasi quarant'anni fa, ed aprendosi al mondo, alla fantasia ed alla curiosità in quel modo che ancora oggi mi appartiene.

Non avrei saputo dirlo in modo differente.
Vi ringrazio.









sabato 22 marzo 2025

L'arrivo della fiacca Primavera

Sono seduto su una pietra liscia, forse l'unica in cui il sedersi è piacevole.
Non bagnarsi è una operazione impossibile, nonostante la pesante cerata che mi protegge dalla pioggia, ma che mi fa sudare ancor di più.
Il rumore è il solito: la pioggia.
Terminava l'anno e questo rumore arrivava ad accompagnare ogni attimo di lì ad oggi.
Oltre ottanta giorni trascorsi, di cui settanta sempre sotto la pioggia, sempre, continuamente, inesorabilmente.
Consumato nell'anima, più che nel fisico, siedo sconsolato tentando di convincere le capre ad uscir dalla stalla, ma loro belanti son ferme lì sull'uscio, come corazzieri impassibili, a far polemica e mostrar dissenso sulla stagione che anche oggi gli si pone davanti.
Non sortono, neanche a scuotergli il secchio col formentone.
Non sortono, neanche a chiamarle come bimbi al parchino.
Il cane abbaia, fradicio e puzzoso, come a volerle convincere, ma tutt'al più loro arretrano, affogandosi nella penombra della stalla da pulire.
Son seduto, e provo a contare i giorni, anzi le ore, in cui dall'inizio dell'anno ho lavorato all'asciutto.
Un gran sospiro mi attraversa, ed a raccontarlo sembra una favola, ma un inverno fradicio come questo io non lo avevo mai raccontato e vissuto.
Ripenso a quel caffè bevuto al bar lungo la strada grande, la settimana scorsa: crocevia di opinionisti e tuttologi, e ricettacolo dei casi umani più fantasiosi e disparati.
C'era il professorone che tuonava con voce baritonale, indicando gli ignari presenti, e giudicandoli come colpevoli di tutto quel piovere...salvo poi andarsene a bordo del suo macchinone a nafta che inquinava più di un vecchio traghetto, e che lasciava almeno un'ora di puzzo nel piazzale asfaltato.
C'era la villeggiante, una sciagurata anima che rimbalza in quel luogo per tirarsi dietro le inimicizie degli avventori e dei locali, specificando sempre che lei ama l'estate, il caldo, il mare... e venendo cordialmente mandata proprio a quel paese, così caldo ed asciutto, così lontano. Ma chi ce l'aveva fatta venire lì in montagna?
C'era il camionista, robusto ed ingombrante, che assediando metà bancone intratteneva i baristi con aneddoti sui dispetti fatti a quei pochi ciclisti che stoicamente sfidavano le onde del suo camion, solo per farsi una sgambata.
C'era il pensionato maldicente, che cuciva corna e cappotti addosso a chiunque...salvo poi aver la moglie a casa che se la diceva da sempre con buona parte dei paesani che non avevano il vizio del bar.
C'ero io, in disparte che bevendo quel caffè allungato e dicacciato, notavo una cosa importante: nessuno parlava del freddo.

Nessun aneddoto sui lastroni di diaccio e sulle macchine accartocciate.
Nessun racconto di quanta neve fosse stata spalata, ammontinata, ed ancora spostata, facendo sfoggio di foto e dettagli.
Nessun storiella su macchine piantate nella neve per catene non messe, o gran macchinoni moderni appanciati a bordo strada.
Nessun accidente tirato al sindaco di turno, perchè non aveva fatto tirare abbastanza sale al mattino, o per come non faceva marciare lo spazzaneve nelle stradine strette.
Non vado spesso al bar, salvo le rare volte in cui scendo a valle, ma anche in quel luogo ho trovato la mancanza di...Inverno.
In questo periodo dell'anno gli aneddoti dovrebbero essere tanti, eppure...nulla di nulla, quasi come si fosse di Novembre o di fine Aprile.
Ed anche mentre son qui a pigliare la mia dose di acqua sul capo, penso che forse il mare sarà salito di una quindicina di metri per tutta l'acqua che qui dalla montagna gli abbiano mandato.
Forse laggiù, verso il mare, saranno tutti saliti ai piani alti, ed avranno avuto tempo per riorganizzarsi con barche e zattere per il loro vivere quotidiano. 
Io proprio non so dove vada tutta quest'acqua, ma di qui ne è corsa tanta, ma tanta davvero.
Penso a tante, troppe cose, ma invece che scaldarmi sento l'umidità che mi piglia a cazzotti le doghe, e devo muovermi, visto che le capre non usciranno neanche oggi.
Il cane, fedele compagno di ogni giornata, mi segue preparandosi al lavoro, ma nulla, richiudo la stalla, e vado a fare un carico di legna per la casa.
Da tutto questo non si scappa, mentre i ciliegi gemmano, l'erba brilla sin quasi a marcire, e le fangaie stancano le giunture durante le camminate.
A capo basso, mentre dei corvi gracchiano su un castagno, penso a quante cose io abbia da fare, cose che non farò, sapendo che la Primavera fiacca, arriverà tra sciroccate, caldo ed ancora pioggia.
E sperando, quasi come a voler pregare santi che non t'ascoltano, che non arrivi la gelata d'Aprile, certo che questa volta asfalterebbe tutto.
Son le solite lamentele, me ne rendo conto, ma se avessi lavorato in un ufficio avrei avuto altro da raccontare, altro di cui lamentarmi, ma questa è la mia vita, e continuo a pensare che non la cambierei mai con null'altro.
Le calze invece adesso son da cambiare: uno stivale non funziona più bene.
Buona primavera.


domenica 22 dicembre 2024

La favola strana di Marisa. Racconto di Natale


Marisa nacque il primo giorno dell'anno del nuovo secolo.
Questo pareva essere così propiziatorio, se non fosse che nascere in uno sperduto villaggio di montagna voleva dire saper da subito cosa fosse la miseria.
Ai tempi, unica figlia di una madre ed un padre troppo vecchi per poterla accompagnare a lungo, nacque nell'amore e lì visse con dei genitori che le potevano esser nonni per la loro età.
Loro, i suoi genitori, la allevarono ne rispetto del prossimo e della natura tutta, ed ella fu una bambina gentile, disponibile, sempre pronta dare una mano. 
Marisa non si sgomentava mai, e con la sua faccia simpatica, parlava sempre ai suoi genitori (rigorosamente dando loro "del Voi" come si usava fare al tempo) e lasciando che essi potessero affidarsi a lei.
Aveva cinque anni, e già si occupava della legna per la stufa da mantenere accesa.
Aveva sei anni, e sapeva destreggiarsi con il coltello, occupandosi del taglio delle verdure, cucinando già per la madre e per il padre troppo ammalati per poter far tutto.
Aveva sette anni e parava quei pochi polli nel cortile di casa anni, ed al bisogno li macellava, li spennava e sapeva sistemarli in cucina.
Aveva otto anni e un giorno, al ritorno dalla scuolina del paese, trovò i suoi genitori addormentati e mai più svegliati in quel sonno profondo che il cattivo fuoco nella stufa consegnò loro.
Aveva otto anni, e la presero le suore del convento sopra la rocca del paese.
Lì crebbe, lavorando e studiando, sempre servendo i pasti alle suore che la accudivano, ed imparando i rimedi delle erbe, le parole dei poeti del passato, e la cura delle preghiere.
Era devota al Signore, e lo era in modo sincero, profondo, e nelle sue preghiere si raccomandava ai  suoi anziani genitori in cielo, chiedendo loro di farle trovare un bravo marito e di poter fare famiglia.
Giocava ad essere madre, scorrazzando tra le vesti delle suore, e si affigliolava ogni animale sperduto trovato nel grande orto del convento, o nel boschetto dietro di esso.
Si proclamava madre, sempre, e con accudimento e devozione si prendeva cura degli animaletti diventati la sua prole.
Crebbe, sana e serena, imparando a cucire, a stare in silenzio piuttosto che dire sciocchezze, a tenere pulito il convento, ed a sorridere sempre.
Passarono gli anni, e ne aveva quindici quando un giorno, durante la messa nel paese, si accorse di Ferruccio: venti anni più grande di lei, e zoppo con una gamba rigida con cui era nato, che gli aveva fatto saltare la guerra e che lo faceva sembrare ancora più vecchio.
Nel paese Ferruccio era sempre stato messo da parte dagli altri uomini, e mai considerato dalle donne.
Capelli sempre unti, con quella riga di lato che pareva scolpita più che tirata con un pettinino;  pelle bianchiccia, rugosa sin da bambino; occhi a palla e  poche parole da dire: tutto faceva da contorno alla sua poca vita sociale.
Ma Ferruccio era un bravo uomo, solo al mondo, calzolaio bravo nel suo mestiere, e da subito ebbe sguardi gentili sulla giovane Marisa.
Ella sedeva accanto alle suore, in prima fila, e si girava a guardarlo mentre lui le sorrideva.
Ci vollero due anni di messe e di sguardi prima che la Madre superiora acconsentisse al loro fidanzamento, e poi si sposarono in chiesa con solo le suore a partecipare alla cerimonia, ed il prete a benedirli.
S'erano presi, emarginati dalla vita di quel paese di montagna, ma da quel momento non sarebbero stati più soli.
Si trasferirono nella casettina del Ferruccio, due stanze piccine ed umide, buie e con poco ricircolo d'aria, che da subito la Marisa rese accoglienti ed in ordine, mentre suo marito ringraziava il Signore per avergli permesso di trovare una moglie così giovane e brava.
Alla domenica uscivano dalla messa a braccetto, ed anche se pareva esser la sposa a portare il marito (visto che lo superava anche in altezza, in robustezza e nel passo), ricevevano sorrisi e non più brutte battute.
Si volevano bene, e la Marisa tanto desiderava avere un figlio, e tante delle sue preghiere erano desinate proprio a questo.
Ferruccio col suo lavoro di calzolaio portava a casa pochi denari, ma la Marisa continuava ad andare dalle suore a servire i pasti, senza mai nulla chiedere in cambio, ma ricevendo cibo e assistenze varie.
La Marisa aveva un animo buono, schietta e genuina, con occhi e cuore di madre sin dalla tenera età, e premure per il prossimo.
Una domenica notte, qualcuno busso al portoncino, quasi come a volerlo sfondare: era suor Ines, una delle sorelle del convento, che tutta tremante chiedeva alla giovane di seguirla al convento.
La Marisa indossò lo scialle, e via di corsa dietro alla suorina, arrampicandosi sino al convento oltre la rocca del paese.
Una donna non più giovanissima, con un vistoso scialle rosso a coprirle la pancia, ed il viso paonazzo, era in piedi di fronte alla Madre Superiora, che fece cenno a Marisa di accostarsi a loro.
La donna veniva da un paese lontano almeno 20 kilometri, e si era fatta tutta quella strada a piedi per andare a partorire dalle suore del convento.
La sua era una storia come tante ne arrivavano agli orecchi di Marisa, ma lei non si permetteva mai di commentare o giudicare.
Tanti erano i mariti caduti nella guerra contro gli Austriaci, e per alcune donne rifarsi una vita lasciando il lutto non era una cosa neanche contemplabile.
Figli illegittimi, o figli di N.N. (Nomen Nescio), figli destinati a crescere nell'ombra della società, e sotto il pesante giudizio che li avrebbe sempre seguiti e spesso perseguitati.
Proprio per questo alcune madri decidevano di partorirli dalle suore, sapendo che loro si sarebbero prese cura di quelle piccole anime segnate di una colpa di cui erano incolpevoli.
La Marisa, negli anni al convento, aveva assistito qualche volta Suon Giuseppina, la più anziana delle suore, che tanti e tanti bimbi aveva fatto nascere nella sua vita.
Ma da quando suor Giuseppina si era ricongiunta col suo amato Signore, nessuna delle altre sorelle del monastero aveva la pratica per far questo.
Marisa  aveva visto, tante volte, e conosceva la via delle erbe curatrici, dei medicinali: lei poteva aiutare.
E non ci pensò due volte, e si rinchiuse con altre due sorelle in una cella, e lì fece nascere questa piccola bambina.
La madre, tra le lacrime di gioia e quelle di dolore, consapevole del destino migliore che avrebbe potuto consegnare a quella creaturina, chiese di chiamar Bianca la piccolina appena nata, e si congedò la notte stessa, chissà con quale capacità, ritornando a piedi per 20 kilometri verso la casa da cui non poteva assentarsi troppo, e dove altri figli più grandi la stavano aspettando.
La Madre superiora mandò la suorina più giovane a prendere del latte dal contadino che abitava al torrente sotto il convento, e disse che l'indomani avrebbe portato la piccola da una giovane coppia che tanto si era raccomandata al Signore, ed a lei, affinché potessero diventar genitori nonostante quell'impedimento che la vita poneva sul loro cammino.
La Marisa, ritornando verso casa, pensò e ripensò a quanto accaduto.
Lei era giovane, ed il suo caro Ferruccio le avrebbe messo un figlio in pancia, così che potesse donare quell'amore che da sempre sentiva di avere, quell'amore materno che tanto desiderava potersi compiere.
Un figlio, lei non chiedeva altro.
Ed una volta a casa raccontò tutto a Ferruccio: l'uomo aveva un amore così grande per quella giovane moglie, e nel cuore sentiva una grande voglia di renderla così felice e completa, seppur sentisse anche che qualcosa in lui non funzionasse, visto che quel figlio tanto desiderato non voleva arrivare nelle loro vite.
Era scampato alla morte appena nato, e da bambino la Morte venne a bussare alla sua porta almeno altre due volte, togliendogli qualcosa che mai più sarebbe tornato in lui.
Da bambino non camminava, se non con rozze steccature che gli davano un gran dolore.
Lo avevano raddrizzato chissà con quali torture, e conosceva la sofferenza così bene, che mai l'avrebbe procurata ad alcun essere vivente.
Veder quella giovane moglie così desiderosa di un figlio, gli provocava un senso di colpa così lancinante, e provava a confidare in un aiuto divino, credendo che l'amore avrebbe potuto.
E 'amore poté davvero.
Trascorsero sei anni, e mentre il ricordo della guerra era stampato indelebile nelle facce degli uomini ritornati vivi e verticali, lì nel paese non nascevano più figlioli, e la Marisa anche non aveva più dovuto prestare la sua opera per aiutare le madri giunte al convento per partorire.
Una mattina di marzo la Marisa vide che una violetta aveva bucato la neve, e sentì che la vita tornava anche dopo quel rigido inverno.
Era particolarmente euforica da qualche giorno, e sentiva che qualcosa di bello le stava per accadere.
Aspettò ancora un mese, prima di esserne certa, e poi un giorno prese da parte il suo caro Ferruccio, e tuta piangente gli disse che aspettavano un bambino.
Ferruccio esplose in un pianto, e quasi si accasciò a terra per la pesantezza di quella gioia mai provata.
La Marisa saltava intorno a lui, quasi come fosse ritornata bambina, e le sue grida furono udite oltre la loro porta, tanto che accorsero i vicini a sentire se tutto andasse bene.
Pietro, il barbuto anziano che soleva sostare a veglia nella bottega di Ferruccio, corse quasi per sfondare il portoncino, pensando che il suo amico calzolaio fosse trapassato a miglior vita.
Ma la porta si aprì, e proprio lì in piedi, senza il solito bastone storto a fargli da supporto, c'era Ferruccio che gridava al paese intero che sarebbe diventato padre.
Quanta gioia, quante lacrime, e quanti sorrisi.
La gravidanza di Marisa doveva essere subito benedetta dalle sorelle del convento, e via con lo scialle sulle spalle, a correre sino alla volta della rocca, e poi ancora più sopra sino al convento.
La Madre superiore abbracciò così tanto la sua Marisa, e se la prese sotto braccio portandola nel refettorio per dare la notizia alle altre sorelle.
Tutti la festeggiarono, e pregarono, e ancora abbracci e sorrisi.
Quel momento, proprio quell'esatto momento, fu il più alto nella vita fino ad allora vissuta da Marisa.
Il cuore pareva scoppiarle nel petto per la gioia e l'amore.
E furono mesi belli, mentre la pancia le cresceva e le guance s'erano fatte paffute, i fianchi allargati...e quel seno pareva voler gridare al mondo quanto presto lei sarebbe diventata madre.
Lei e Ferruccio pensavano al nome, Primo, come il padre di Ferruccio, se fosse stato un maschietto, o Giovannina, come l'amata mamma di Marisa, se fosse stata una femminuccia.
Lei e Ferruccio fantasticavano, ed alla sera lui trascorreva lunghi momenti appoggiando l'orecchio sulla pancia della moglie, sussurrando belle parole di padre a quella creaturina che di lì a breve avrebbe allietato le loro esistenze.
E proprio un mattino, mentre tendeva il bucato, in quella giornata di fine ottobre, i dolori alla pancia furono chiari: era arrivato il momento.
Ernesta, la vicina di casa,  corse a chiamar Ferruccio, mentre Governo, il vetturino del paese, era sull'uscio di casa pronto a portarla al convento col calessino ed un cavallo bianco.
Tutti nel vicinato erano in attesa per quella nascita, e almeno in quattro scortarono Marisa e Ferruccio verso il Convento.
Le sorelle accolsero la cara Marisa, e dissero a Ferruccio di sostare in una stanzina, pregandolo di aver pazienza.
Le preghiere che quell'uomo fece in quella mattina avevano radici che andavano ben oltre la sua devozione per la religione, e si aggrappavano a quell'atavico senso di vita e di continuità che abitavano in ogni essere vivente.
Le urla alla fine del corridoio gli davano cazzotti allo stomaco, e lo facevano sorridere e piangere, quasi come fosse ebbro sino allo sfinimento.
Sentiva le sue deboli gambe quasi sfrante in mille cocci a terra, ma voleva star su, aver spirito per la cara moglie che in quel momento faceva nascere la loro prole.
Si aggiustava nervosamente quei capelli stesi sul capo, e grattava le ginocchia come quasi a consumarle.
E poi, la Madre Superiora varcò la soglia della stanza, con occhi lucidi e mani incrociate, e lo pregò di alzarsi e camminare con lei lungo il corridoio.
Ferruccio si sentiva al settimo cielo, e proprio non riusciva a contenere tutta quella gioia, ma si sforzò di seguirla, silente come l'ambiente richiedeva di essere.
Un attimo prima di aprire la porta, la Madre Superiora si girò verso l'uomo, e lo pregò di...esser Uomo, sfiorandolo appena in una carezza sul viso.
La confusione di Ferruccio fu totale, ed entrando nella stanza vide subito la sua cara Marisa che teneva quel frugoletto avvolto tra le sue braccia, sdraiata sul letto, mentre chiamava il nome del marito in un grande sorriso e con occhi sfiniti e felici.
Lui le si accostò, accarezzandole il corpo sotto la coperta, e vide la vita negli occhi della sua amata.
Poi gli occhi andarono verso quel fagotto, stretto al petto, vedendo che la creaturina che vi era rinvolta stava dormendo. 
Dormiva, dormiva di un sonno lungo, dal quale non si sarebbe più risvegliata.
Ferruccio tremò, quasi come a voler morire lui stesso all'istante, in un dolore colmo di un naturale egoismo, sentendo che la sua anima aveva appena ricevuto la picconata più profonda e dolorosa della sua intera esistenza.
Marisa sorrideva, nell'incoscienza di quanto fosse appena accaduto, continuando a chiamare quella creaturina per il suo nome, Giovannina, e benedicendo iddio e tutti i santi per quel dono infinito.
Ferruccio, che stava per esplodere nelle lacrime più pesanti, si girò verso la Madre Superiora, quasi in una supplica di aiuto, quasi come a chiederle di venir svegliato da quel momento così tragico.
Ma la suora nulla poté, se non di raccomandarsi a Marisa di lasciarle la piccolina, per poter lei riposare.
La piccola Giovannina fu consegnata alle mani della Madre Superiora, che la portò oltre quella stanza dove era avvenuto il travaglio.
Marisa e Ferruccio si guardarono a lungo, e pian piano la coscienza si vece largo nel desiderio, trascinandosi dietro la disperazione.
La Marisa, in quello sguardo fisso sul marito, si rivide come in uno specchio, capendo che cosa fosse accaduto a lei ed alla sua figlioletta.
Ferruccio era lì, pronto a sacrificare tutto quel suo bisogno di piangere ed urlare, continuando a sorriderle e a dirle che era stata brava, e che la loro Giovannina era proprio una bella bambina.
Marisa si fece seria, e tolse lo sguardo dal marito fissando la finestra nascosta dietro una tenda bianca.
Non si dissero più nulla, lasciando che la morte avvolgesse le loro anime nei luoghi più profondi, e marchiandoli per sempre.
Lo stesso giorno la bambina fu sepolta nel piccolo cimitero del convento, lì a riposare assieme ad altri bambini che come lei non avevano avuto la possibilità di camminare nel mondo.
Lo stesso giorno Ferruccio e la Marisa rientrarono nella casa, scortati dall'amore dei vicini che erano stati avvisati dalla suorina poco prima, e che si presero cura dei due sposi nei giorni a venire.
Certe cicatrici non si possono spiegare.
E la neve dell'inverno arrivò, proprio quel giorno, prima di ogni altro anno addietro, in quella fine di ottobre, quasi a voler ottenebrare la coda di quel giorno così colmo di amore e così colmo di dolore.
La Marisa rimase alla finestra, a guardare fioccare sul vetro opaco, mentre Ferruccio si consegnò alle lacrime, nella solitudine della loro camera.
Per due giorni Ferruccio non andò a lavoro, occupandosi della moglie e della casa.
Al terzo giorno, proprio mentre stava per uscire, la suorina si affacciò all'uscio di casa, chiedendo come stessero entrambi.
La Marisa si presentò sorridente, solcata nel volto dal dolore, ma sorridente, di un sorriso vero, puro, espressione di vita e di amore che non l'avevano ancora abbandonata.
C'era bisogno di lei al Convento, ma la suorina non fornì dettagli.
Presero la salita a piedi, lei e suor Ines, in un camminare lento, forse pesante, ma mai interrotto.
Nell'androne del convento la Madre Superiora le accolse, dicendo di sbrigarsi a seguirla nel suo studio.
Lì spiegò a Marisa che dalla sera prima era giunta una coppia di sposi giovani, con un bambino di pochi giorni.
Quale scellerata motivazione poteva aver fatto muovere in quel freddo una coppia di genitori con un bimbo appena nato?
Se lo chiedeva Marisa, proprio mentre la Madre superiora le spiegò che questi due genitori erano parenti del fabbro di due paesi più avanti, nella strada della montagna.
La figlia del fabbro aveva partorito quel bimbo tre giorni prima: Domenico era il nome scelto per lui dai genitori, ma neanche mezza goccia di latte era uscita dal seno della madre, ed il piccino era rimasto in vita grazie al latte di una vecchia capra che il fabbro allevava nel cortile della sua bottega ormai da molti anni.
Ma il proprio quella capra, con l'arrivo della prima neve, era sparita, forse catturata dal lupo, chissà.
La famiglia aveva cercato ovunque, provando con il latte di pecora, il latte di mucca, ma il bambino pareva rifiutare tutto, deperendosi velocemente.
Nessun'altra madre in allattamento c'era anche in quel paese, e quindi la disperazione li aveva fatti muovere in quelle condizioni atmosferiche, con un carro tirato dal loro cavallo, tra neve e vento, sapendo che la loro ultima speranza era risposta nella sapienza di quelle suore al convento sopra la rocca.
La Marisa continuava a guardare quel bimbo, che era nato proprio il giorno della sua Giovannina, ma non comprendeva ancora come lei potesse essere d'aiuto.
La Madre superiora le si accostò, e con delicatezza le chiese se fosse stata disposta a tentare di attaccarsi al seno quel piccino.
Il seno della Marisa era grande e caldo, ma lei aveva ignorato tutto questo in quei quasi tre giorni: in un misto di vergogna, desiderio, dolore e gioia, acconsentì, sedendosi proprio di fronte a quella fiamma calda.
Rimasero nella stanza solo il piccino, la Marisa e suor Ines, mentre i genitori del bimbo furono fatti accomodare nel corridoio.
Gli occhi della Marisa non parevano più avere palpebre, ed ella fissava quel piccino mentre se lo accostava al seno scoperto.
Si attaccò, quasi fosse la cosa più semplice al mondo, ed il neonato da subito sembrò gradire quel caldo latte.
Il cuore di Marisa pareva aver trovato una pace inaspettata, una tregua da quel tormento e dolore, che non erano certamente spariti, ma avevano fatto spazio (almeno in quel momento) a quel senso di amore e protezione che ella sentiva di poter dare a quel piccino.
Non le importava in quale pancia avesse trascorso quei nove mesi, e neanche poteva sentire ingannato il suo desiderio di maternità: lei stava solo facendo del bene a quella creaturina, e questo le bastava.
Il piccino si addormentò, mentre Marisa sentiva un fastidio al seno ma un profondo senso di serenità.
La Madre superiora rientrò nella stanza, e comprese che quel gesto della donna aveva salvato quella giovane anima indifesa.
A quel punto convocò i due genitori, che commossi presero tra le braccia il figliolo e poi andarono a ringraziare la Marisa sino allo sfinimento.
Lei, in piedi di fronte a loro, disse che se avessero avuto bisogno avrebbe potuto provvedere in qualche modo, e fu in quell'esatto momento che la Madre ebbe una proposta da fare a tutti quanti: Marisa avrebbe potuto trasferirsi nella casa dei due genitori, provvedendo all'allattamento del piccolo, e dando una mano in casa ottenendo un modesto compenso.
Il silenzio regnò per qualche secondo, e la Marisa apparve confusa e con idee contrastanti.
Ma la Madre Superiora, che la conosceva molto bene, la precedette dicendo che avrebbe pensato il Convento al suo caro Ferruccio, facendogli arrivare il cibo tutti i giorni, e provvedendo a lavargli i vestiti ed a fare i rammendi del caso.
I genitori si guardarono, ed annuirono aspettando una risposta di Marisa, la quale timidamente accettò, quasi fosse un privilegio troppo alto per lei.
Ed il ritorno alla casa, dove il suo caro Ferruccio la aspettava alzato, fu strano ascoltarla ed ancora una volta si ritrovò pieno di emozioni contrastanti.
Mentre raccontava tutto a Ferruccio, lui si asciugava le lacrime dandole le spalle, quasi come a non volersi far vedere in quel suo rimuginare sulla loro amata Giovannina, e su quanto questo neonato avrebbe potuto portare nel cuore di Marisa.
Accettò senza porre alcun diniego, e l'indomani la Marisa partì in una giornata di sole e vento fresco.
Nei mesi che vennero Ferruccio andò a trovarla ogni fine settimana, grazie all'amico Governo che lo scortava a destinazione per poi tornarlo a riprendere l'indomani.
Dormivano in una camerina ricavata in una stanza di passo, con un telo a creare un pò di riparo dal resto della famiglia: sussurrandosi, i due sposi si raccontavano la settimana, e lei spiegava quanto quel bambino stesse crescendo sano e bello.
Ferruccio vedeva sua moglie rinata, e non sentiva il peso di quella loro distanza, arrivando sempre a raccomandarsi alla moglie di non affaticarsi troppo e di fare anche delle belle passeggiate.
E mentre lei viveva in un contesto familiare, assieme anche ai genitori di quella madre, Ferruccio pareva essere ritornato alla solitudine che viveva quando ancora Marisa non era entrata nella sua vita.
Ma non si perdeva d'animo, ed al paese tutti gli chiedevano di quel bambino, di quanto stesse crescendo e di come stesse la Marisa.
Proprio quelle persone che, per anni, lo avevano scansato per il suo aspetto, adesso lo cullavano quasi con affetto e premure.
E chi una fetta di polenta, e chi della ricotta, e chi delle verzure fresche, in tanti provvedevano al sostentamento del calzolaio, seppur le suore non avessero mai mancato l'appuntamento del mattino con la consegna del cibo: minestrone di verdure, brodo di pollo, minestra di fagioli, stufati di carne, verdure in ogni modo, e di tanto in tanto qualche fetta di dolce.
Non che la sua Marisa non sapesse cucinare, tutt'altro, ma prese anche qualche chilo, mettendo un pò più di guance attorno al suo viso smunto.
Trascorsero settimane, e mentre il piccolo Domenico iniziava a mangiare le prime pappe e la frutta, la Marisa sentiva che presto avrebbe dovuto separarsi da quell'angoletto, da quell'odore della sua pelle candida, da quegli occhietti vispi e curiosi, e da quel senso di contatto che le aveva permesso di sentirti madre in qualche modo.
Non diceva nulla a tal proposito, sopra a tutto al suo Ferruccio, sapendo quando egli avesse l'animo delicato, e volendolo proteggere in qualche modo da quei suoi sentimenti tenuti così profondamente nascosti, seppur fossero abbastanza evidenti al marito, anch'esso silente sull'argomento.
Ed alla fine dell'estate ritornò la Marisa, riappropriandosi della sua casa e del marito, e riprendendo le abitudini da subito, quasi avesse tenuto in pausa quel suo mondo familiare.
Non parlavano mai di Domenico, ne tanto meno di Giovannina, ma c'era una energia nuova in quella casa, e la Marisa era determinata a tenersi occupata, ancor più di prima.
Era serena, sollevata, e spesso Ferruccio la sorprendeva a canticchiare, come se una qualche cura avesse portato amore a quella parte di cuore così profondamente ferita.
Ritornò anche dalle suore, poichè voleva onorare il suo impegno con loro, ancora, e si fece raccontare delle nascite che le sorelle avevano affrontato durante la sua assenza in quei tanti mesi: poche a dire il vero, pochissime, ma c'era stata comunque una lenta ripresa nei tanti paesi di quelle montagne.
Ma come poteva accadere in soltanto in una favola strana, ancora una volta Marisa fu chiamata a doversi confrontare con dolore e desiderio: proprio a tre giorni dal suo rientro, un uomo con un forte  accento teutonico, originario di molto oltre quelle loro montagne, bussò alla porta del convento, farneticando su una donna che poteva allevargli il figlio.
Lui teneva ben stretto al petto una coperta tutta infagottata, alla quale ogni tanto dava uno sguardo più attento: c'era un bambino lì, e la Madre Superiora non tardò a richiamare al convento la Marisa.
Lui era stato un soldato, certamente con casacca differente da quella dei fanti partiti dal paese, ed era rimasto rintanato chissà in quale caverna e per chissà quanto tempo, prima di cacciar fuori il naso e tentare un rientro in patria a piedi una volta finita la guerra.
Può darsi che un qualsiasi pretesto lo trattenne in quella terra a lui straniera e gli fece incontrare una donna di lingua diversa dalla sua, ed i due si innamorarono.
Vissero esiliati sui monti, clandestini nell'amore e nelle origini, ma uniti da un destino assai complicato e lancinante.
La sua donna partorì il loro figlio, ma poi fu stroncata da una infezione due giorni dopo.
L'uomo, in sella ad un vecchio mulo reduce anch'esso della guerra,  aveva affrontato quel viaggio arrivando da chissà quale vetta, tenendo due grosse fiasche di vetro fissare alla bisaccia: latte di capra, a sostentamento del bambino, e di lui stesso, durante tutto il viaggio.
Il bambino era robusto e biondo come il padre, e lui disse che non poteva tenerlo con se, e che il droghiere del  paese dove a volte scendeva per comprare lo stretto necessario, aveva una cugina che aveva rischiato di perdere il figliolo, se non fosse stato per quella donna al convento.
L'uomo doveva ritornare nella sua terra natale, dove non sapeva se esistesse ancora la sua casa e la sua vecchia famiglia, provando a trovare un lavoro per poi tornare a riprendere suo figlio per consegnargli una vita migliore e sicura.
Marisa era confusa, imbarazzata quasi, e guardava quel bel bimbo succhiare il lembo della coperta, mentre sbadigliava e apriva gli occhietti di tanto in tanto.
L'uomo ripeteva che doveva essere Marisa a tenerlo, in casa sua, o in quel convento, e che lui sarebbe tornato all'inizio dell'estate successiva a riprenderlo, assicurando un'offerta generosa per il convento e un risarcimento a Marisa per quel disturbo che le voleva arrecare.
Disturbo?
La Marisa non pensava al alcun disturbo, e piuttosto cercava di tenere a bada pensieri, tentando di essere razionale e non avventata.
L'uomo insistette così tanto, perfino mostrando alcune lacrime, e urlando e sbraitando contro la Madre Superiora che impassibile lo osservava in silenzio.
L'uomo, spesso franando nella sua lingua natale,  ripeteva la storia del droghiere e della sua cugina di montagna, e più e più volte disse che lui non aveva alternativa.
portarsi dietro il figliolo, così piccolo, che ancora necessitava di latte per sopravvivere, era una follia, e troppo rischioso.
Tanto disse e tanto fece che la Madre Superiora dovette pregarlo di far silenzio, e si allontanò con Marisa per disquisire sul da farsi. 
E le perplessità della suora poco importavano a Marisa: lei avrebbe potuto salvare, allevare e svezzare un'altra creaturina, addirittura nella sua casa, con suo Ferruccio a darle una mano.
Marisa interruppe il lungo ragionamento della madre Superiora, e disse che avrebbe accettato, anche a costo di dover allevare quel bambino per chissà quanto tempo.
La Madre Superiora non era convinta, ma Marisa ribadì la sua voglia di far del bene rendendosi utile per quel bambino.
La Madre superiora sapeva che contro l'energica caparbietà di Marisa non l'avrebbe fatta franca.
Difatti il pomeriggio stesso si presentò all'uscio di casa con quella coperta affagottata nel suo abbraccio più avvolgente, ed un sorriso infinito accompagnato da occhi lucidi.
Ferruccio sedette al tavolo della cucina, ancora una volta asciugandosi gli occhi di nascosto, mentre la moglie preparava un lettino fatto di cucini ed una nuova coperta, cosicché il bambino potesse avere un posto tutto suo per dormire.
Tutto così nuovo.
Tutto così potente.
La sera Ferruccio stava appoggiato all'imbotto della porta della loro camera, guardando sua moglie destreggiarsi con quel bambino così piccino, e capì che ella era davvero una madre che aveva bisogno di allevare, e non importava da dove arrivassero tutti quei figlioli, ma contava dove li avrebbe potuti accompagnare lei, anche solo per qualche mese.
Nel buio della notte  Ferruccio teneva la mano di Marisa, ascoltando ogni singolo movimento del bambino, e facendo lunghi sospiri tra incredulità e certezze.
Non c'era un'altra madre nella camera accanto, pronta a vegliare sul piccino: quella volta sarebbe toccato a loro esser...genitori, o perlomeno abbastanza genitori.
Presto nel paese si sparse la voce, ed allora in tanti bussarono alla porta dei due sposi, portando piccoli doni che potessero esser loro d'aiuto.
Chi una veste da neonati, chi un gingillino a sognaglini, chi due gomitoli di lana buona (per potergli fare un maglioncino), chi una berrettina, chi semplicemente un sacco di farnia per Ferruccio e Marisa.
Antonio, questo era il nome che nel paese tutti davano al bambino, poichè il suo vero nome la Marisa se lo scordò subito, vista la sua complessità per l'origine di una lingua a lei sconosciuta..
Ed Antonio crebbe, nelle tre stagioni che si avvicendarono, una dietro l'altra, curioso e sano, sempre attaccato al seno di Marisa.
Di tanto in tanto Governo passava all'amico Ferruccio, a chiedere di Antonio, portando sempre qualche dono simbolico.
Talvolta la Marisa ed il bambino uscivano a fare la spesa, a comprare quel poco che serviva per andare avanti, e si fermavano sempre alla bottega di Ferruccio, che a vederlo con quel bambino in collo pareva guarito da ogni male che lo attanagliava da sempre.
Rideva lui, rideva quel bimbo, mentre la Marisa si accostava a far due parole con il lattaio o con il verduraio.
Agli occhi della gente la loro non era una parabola bella, ma Marisa e Ferruccio sentivano il cuore così leggero, e sapevano che (anche se a tempo determinato) potevano vivere quella felicità, sapendo che un sogno vissuto ad occhi aperti era migliore degli incubi che talvolta potevano aspettarli nel sonno.
Antonio era vivace, molto più di Domenico, e assai famelico, tanto a giustificare la sua stazza robusta.
Alla sera Marisa era così stanca, e si sentiva il seno fiacco, ma al mattino era di nuovo pronta per nutrire quel piccolo guerriero.
Ma venne il giorno in cui suor Ines venne a chiamare Marisa: era ora.
Il soldato straniero era ritornato, adesso con una donna al suo fianco, una signora gentile e sorridente, con una strana collana di pietre al collo ed occhi scuri.
Una sorella?
Una amica?
Una nuova moglie?
Il soldato straniero era tornato a reclamare suo figlio, ormai svezzato anche se sempre attaccato al grosso seno di Marisa solo per il piacere di sentirle il "cuore di mamma" e non più per fame.
E lei, lei quasi ci sperava che non sarebbe più tornato quell'uomo, e nel vederlo nella chiostra del convento si sentì morire non poco.
Un brivido freddo, gelato sino al culmine del suo petto, la folgorò per un attimo, ma Marisa era una anima buona, e lo sapeva che era giusto così.
Lo sapeva, ne era cosciente, e se lo era ripetuta tante e tante volte, ma come poteva separarsi da quella creatura così vispa e sorridente che le parlava con gli occhi, e che sempre la cercava per mostrarle e per coinvolgerla in ogni suo movimento e scoperta?
Marisa piangeva mentre si raccomandava ad iddio e a quell'uomo di oltre le loro montagne, pregando entrambi di aver cura del "suo" Antonio, e piangeva senza vergognarsene, sapendo che era quello il destino suo: avere, ma solo per poco.
Uno strano destino: avere, ma solo per poco.
Piangeva, mentre Ferruccio non ce la faceva a starle vicino: la sua anima era più fragile, e sentirla singhiozzare era la tortura più atroce, forse più atroce della stessa separazione da quel bimbo.
L'uomo con la barba porse una busta con del denaro, ma Marisa lo rifiutò senza neanche guardare di cosa si trattasse: quella gioia, quella rinascita, non avrebbero mai potuto avere un prezzo.
Aveva dato, ed aveva ricevuto, e questo le sarebbe bastato.
E salutando Antonio in braccio a suo padre, e vederlo giocare con la sua barba e sorridere alle sue smorfie, le dette una grande forza, e si girò tenendo ben stretto il suo Ferruccio, silente e lento nel suo incedere.
E la camminata di Ferruccio fu sempre più lenta, nei giorni, nelle settimane e nei mesi a venire.
tutto divenne più lento, ovattato quasi, e casa ormai silenziosa silenziosa piombò in una triste e lenta vita, dove i colori svanirono in buona parte, e Marisa sentì la rassegnazione porsi di fronte a lei, lasciando sempre più nell'ombra il suo entusiasmo nel viverre.
Il latte parve abbandonare per sempre il suo seno, comunque rimasto abbondante, e le righe fecero visita al suo viso, segnandola di un età apparentemente maggiore.
Un anno in fila all'altro solcarono quel pezzo di montagna, mentre Ferruccio, poco a poco, iniziò a recarsi sempre meno in bottega e la Marisa andava ad aiutare la sarta del paese, giusto per racimolare qualche soldo.
Ferruccio era sempre così gentile con la moglie, ma tanto in lui si era spento, e la fatica degli acciacchi stava vincendo su tutto.
Alcune mattine non riusciva neanche ad alzarsi, ed essere taciturno era ormai la sua costante.
Ma la Marisa gli portava sempre un fiore, e dispensava sorrisi e carezze per il suo amato.
E poi.
E poi una mattina di un Giugno, mentre la Marisa tornava dal mercato sentì le donne vociferare ai lavatoi di una guerra, un'altra guerra in cui l'Italia si stava buttando a capofitto.
Corse alla locanda, dove la grande radio comunicava di quell'uomo che dal balcone gridava ad una folla che lo acclamava.
Ed un solo pensiero le sconvolse ogni barlume di serenità: i suoi bimbi.
Uscì dalla taverna sbattendo addosso a delle persone che stavano entrando, lasciando cadere le carote e radicchi che aveva nella sporta, e correndo come quando era bambina, correndo verso il suo convento.
Non poteva andare da Ferruccio, poichè sarebbe stato protetto sin che non avesse saputo, e lei doveva prima chiedere qualcosa alla Madre superiora.
Correva, e per poco non le scoppiò il petto per la fatica che fece.
Aveva quarant'anni compiuti, e avrebbe dovuto vivere in un mondo nuovamente in guerra.
Sentiva nel cuore che, quel che si era salvato dalla prima grande guerra, e dalla spagnola, e dalla miseria...avrebbe dovuto affrontare qualcosa di grande, ancora, di così pericoloso.
Il suo unico pensiero era per quei due bimbi, che si stavano ormai affacciando al mondo degli uomini.
La Madre superiora, ormai molto vecchia e curva, la accolse nello studio, e accolse le sue lacrime e le sue paure.
Marisa voleva sapere dove fossero i suoi bimbi, dove, soltanto dove.
Ma la regola era sempre la stessa: una volta che i bambini lasciavano il convento, si portavano dietro ogni loro traccia, e il convento non avrebbe più potuto ritrovarli o contattarli.
Marisa faceva i conti, ed i suoi bimbi erano ormai ragazzi, uomini anzi, pronti a vestire la giubba da soldato, e pronti alla...guerra.
Le tremava la voce, ed un terrore mai provato in lei sembrò radicarsi così a fondo che non le avrebbe lasciato scampo.
Tutto adesso era chiaro, e sentì così nitidamente che lei non aveva mai smesso di esser madre, a modo suo, ma dignitosamente e realmente madre.
Certe cose soltanto un cuore di madre le avrebbe potute provare.
Chiese alla Madre superiora di accoglierla con se per pregare, e le due andarono nella chiesina a rivolgere al Signore una supplica infinita, affinchè quei due suoi bimbi, ormai uomini, si potessero salvare da quella guerra.
E tornando verso la sua casa cercò di trovare la forza di dirlo al suo Ferruccio.
Ma Ferruccio lo aveva già saputo dall'amico Governo, che prontamente era corso ad avvisarlo.
Tutti al paese lo sapevano, ed il paese stesso non parlava d'altro.
Era lì, vecchio e malato, sull'uscio ad aspettare la moglie, sapendo che ella certamente avesse già saputo.
La abbracciò, e tornando in casa, e i due si strinsero nella speranza.
I giorni da quel momento divennero pesanti, ancora più silenti, sempre all'ascolto di qualche notizia, sempre sperando e pregando.
E la guerra passò anche dal paese, reclamando le sue vittime tra i giovani, e pure lassù la gente pianse i caduti, e pure lassù ci furono funerali da celebrale e croci da piantare.
Ed ormai Ferruccio viveva nel letto, con i suoi polmoni che non funzionavano più, e poche energie.
La Marisa lo baliva come mai prima di allora, e ogni giorno era felice per averlo avuto ancora con lei.
Ma una mattina Ferruccio spense la sua flebile fiamma, e la Marisa si trovò sola a 45 anni, ancora una volta.
Anche la madre superiora fu trasferita altrove, poichè ormai troppo vecchia per rimanere al convento di sopra alla rocca del paese.
Ma la Marisa decise che sin che avesse avuto le energie si sarebbe data da fare, e continuò a lavorar di sarta, a curare la piccola casa, e ad andare al convento a servire il pranzo.
Sempre pensando a quei bimbi, chissà dove, seppur li sentisse ancora vivi.
E la guerra finì.
Aveva quarantacinque anni la Marisa, e proprio in quei giorni ebbe una proposta dal nuovo sindaco: la scuola elementare aveva bisogno di una nuova bidella, ed il sindaco chiese proprio a lei di prendersi cura di quei bimbi, sapendo che avrebbe potuto farlo con grande capacità.
Pulire, accudire i bambini, aiutar le maestre ed i maestri.
Accettò, riuscendo a mantenersi anche il lavoro di sarta, e sapendo che solo il "tenersi impegnata" l'avrebbe tenuta lontana dalla tristezza, dalle paure e dagli incubi.
Ed iniziò così un nuovo capitolo della sua vita.
In mezzo a tutti quei bambini lei stava bene, e si faceva ben volere da tutti.
I docenti, il direttore, ed i genitori le erano sempre riconoscenti per le attenzioni che aveva per quei bimbi.
Una sciarpina da aggiustare, un berretto ritrovato, una mela o una pera condivisa, un sorriso, un abbraccio.
Lei non era la bidella della scuolina elementare di quel piccolo paese di montagna, lei era un vero e proprio simbolo per il paese: non c'era persona che non la conoscesse, e che non avesse gratitudine per lei.
Una anima buona, tra le più buone, che aveva trascorso una vita intera ad essere gentile, ad essere altruista, nell'amore per il prossimo, nel rispetto per la vita.
Ed una mattina, vent'anni dopo, semplicemente non si svegliò.
Proprio come il suo amato ferruccio, anche lei se ne andò a sessantacinque anni, la mattina di Natale, ritrovata dai vicini che erano andati a chiamarla per la messa del paese.
Dissero che pareva dormisse, col sorriso sereno di chi stesse dormendo bene.
La foto del suo Ferruccio con un fiorellino di campo in un vasetto, proprio lì sul suo comodino, tra il rosario ed un bicchiere d'acqua.
Dissero, le persone che andarono a prepararla per il funerale, che la sua casa era così in ordine e pulita, e che aveva abiti già pronti, e denari nella tasca di questi, per la sua bara e per un posto al cimitero.
Aveva pensato a tutto, non volendo disturbare  nessuno, e lasciando ogni suo avere al convento, di sopra la rocca.
La sua famiglia, la sua infanzia, la sua vita tutta era girata dentro ed attorno a quel convento.
Una suora laica, dissero di lei.
Una persona così buona...
Era morta nel giorno in cui era nato il Signore, e mentre i bimbi avrebbero dovuto correre per il paese, tra i doni del Natale, e la festa di tutti, c'era una mesta malinconia che abitava nel cuore dei grandi e nel cuoricino dei più piccoli.
Tutto il paese decise di salutarla, e il giorno di Santo Stefano fu celebrato il funerale.
La chiesa del paese non era stata mai così gremita.
Le suore in prima fila, il maresciallo dei carabinieri, il sindaco, il direttore della scuolina, il dottore, e via poi tutti.
Tutti ad avere un bel ricordo di lei, tutti ad avere almeno una lacrima per lei.
Era nata il primo giorno del secolo, e si era spenta il giorno di Natale di sessantacinque anni dopo, ed entrambe le cose le aveva fatte senza dar disturbo.
E mentre la bara veniva portata al cimitero del convento, dove naturalmente le fu concesso di riposare al fianco della sua Giovannina, c'erano tanti volti sconosciuti in quella lunga processione di persone serie e commosse.
Persone accorse dai paesi vicini, persone che avevano sentito della sua storia, persone che in qualche modo volevano renderle omaggio.
C'era anche un giornalista, un giovane che veniva dalla valle, e che si era appassionato alla storia di Marisa, tanto dal voler sacrificare quel giorno di festa familiare, per poter essere presente.
Fu seppellita il giorno di Santo Stefano, ed il sindaco le intitolò il parco di fronte alla scuiolina elementare, pensando che tanti bimbi avrebbero potuto giocare in un luogo che in qualche modo potesse ricordarla.
E la storia di Marisa parve scomparire nel tempo, come mille altre storie di quei paesi di montagna: storie fatte di semplicità, di autenticità, di forza, di sacrificio.
E trascorsero altri venti anni, quando un giorno accadde un piccolo miracolo.
Erano le feste di Natale, ed al paese ritornavano parenti ed amici per festeggiare con gli anziani di famiglia, rimasti arroccati lassù a vivere incuranti del richiamo delle città.
Erano le feste di Natale, e molti villeggianti incominciavano ad apprezzare la vita della montagna, e lì avevano una seconda casa.
E tra i tanti forestieri che transitavano di lì, arrivarono tre automobili che non erano riconducibili a nessuna delle famiglie del paese, e qualcuno pensò che fossero dei nuovi villeggianti.
Scesero di fronte alla locanda, che ormai era diventata un ristorante, e chiesero informazioni sul convento, e su come poterlo raggiungere.
La strada impervia era sempre la solita, ma adesso si poteva salir bene con le automobili, e queste tre arrivarono nel parcheggio di fronte.
Scesero tante persone, più o meno giovani, uomini, donne, bambini.
E tra loro c'era quel giornalista, quello che proprio venti anni prima era arrivato dalla valle per portare omaggio e rispetto a Marisa durante il suo funerale.
Scesero tutti, andando al convento dove evidentemente erano attesi, e venendo accolti da una Madre superiora.
Il giornalista parlò con ella, e tutti andarono nel cimitero.
In silenzio, erano lì in piedi, tutti, in una preghiera silenziosa.
Due di loro, uno pelato e magro, ed un altro robusto e biondiccio, si avvicinarono alla tomba, toccandola assieme e dicendo qualcosa .
Eh si, erano proprio loro: Domenico ed Antonio.
E le loro famiglie al seguito, con mogli, figli e nipoti.
Erano lì, per concludere la favola strana di Marisa, per portare un atto di riconoscimento e di amore per quella...mamma, si proprio per quella mamma che aveva permesso loro di sopravvivere e poter poi tornare alle proprie famiglie, in qualche modo.
Domenico, con la sua parlantina, raccontava alla sua famiglia di come seppe di Marisa da sempre, ma ormai trasferiti al meridione non pensò più di ripoterla vedere.
Sua madre aveva sempre detto che senza Marisa lui sarebbe morto, ed aveva raccontato questo a tutti, sempre, mantenendo un riserbo dettato dalle regole del convento, ma nutrendo nel cuore una infinita riconoscenza per quella giovane donna.
Antonio, che parlava una lingua straniera, si faceva aiutare dalla figlia che parlava l'italiano, e diceva ai presenti che suo padre non gli aveva detto nulla, cercando di farlo affezionare alla donna che aveva accanto nella vita, e che solo sul letto di morte pochi anni prima, gli concesse la conoscenza di quella storia così intima e straordinaria.
Domenico ed Antonio, erano lì, vivi, sani, con le proprie famiglie, a porgere un fiore e tante lacrime sulla tomba di quella mamma a metà che aveva portato loro una seconda vita, e che sempre avrebbero continuato a tenere nel cuore.
Il giornalista venuto dalla valle aveva cercato per venti anni, ed aveva dovuto far carte false per arrivare a quel momento, e decise di non pubblicare mai alcun articolo, o pubblicazione, su quella storia, consegnandola soltanto a quella grande famiglia, fatta di persone che avevano sangue e facce diverse, ma che erano tutte unite dall'amore di una mamma...a metà.
Era il Natale del 1985 e terminò così la favola strana di Marisa.






Natale 2024

Certe cose quando si sognano bisogna raccontarle.
Mi scuso per le imprecisioni e gli errori, ma l'ho scritta con il cuore in mano, e forse troppe poche ore di sonno alle spalle.
E' solo un pensiero per voi che passate di qui, un modo per ringraziarvi ancora una volta, per il tempo che dedicate alle mie parole, ai miei...pensieri.
Non conoscete il mio volto, ne il suono della mia voce, ne questo angolo di internet ha apparenze accattivanti o vetrine colorate, eppure continuate a venire qui
In qualche modo mi date tanto, e continuate a farlo, e cercare di condividere questo solo con voi mi sembra il minimo.
Tornerà la piccola Irma, ne son certo, ed altri personaggi che sempre di più abitano il mio cuore, la mia memoria e la mia fantasia, ma la "Favola Strana di Marisa" volevo consegnarvela così.
Non ho voluto dividerla in più capitoli, sentendo che questa andava letta per intero, proprio come per intero io l'ho pensata.
Ecco quindi, a tutti voi, l'augurio di un Buon Natale e delle Buone Feste.
Con sincero affetto

L'Agricoltore Anacronistico.


domenica 24 novembre 2024

Chissà quanto tempo avrai per riposarti?!

"Una volta terminata la castagnatura, chissà quanto tempo avrai per riposarti?!"
E' una domanda ricorrente, a cui confesso spesso non rispondo con totale sincerità.
Questo non fa di me un parziale menzoniere, ma piuttosto non mi accollo tutta la spiegazione sulla ripartizione delle fatiche in un periodo così fondamentale per la vita agricola di montagna.
Seppur sia vero che tutto rallenta, e per fortuna, l'accumulo delle cose da fare assume dimensioni spropositate di mese in mese, sino a crollarmi addosso all'arrivo di Novembre (epoca in cui appunto termina la castagnatura).

Di ritorno dal seccatoio, dove ho consegnato le ultime castagne destinate a diventar poi farina, nell'auto rifletto su come io possa organizzarmi all'indomani per trovare il bandolo della matassa e iniziare a lavorare con criterio a tutti quegli arretrati che son lì ad aspettarmi.
Quasi evito il rimorso di coscienza, promettendomi da subito che lavorerò sodo e che non mi concederò neppure un giorno di pausa, pensando che quello strano morbo (la pausa appunto) potrebbe contagiarmi sino a "farmi perdere una settimana di tempo prezioso".
Quindi non sono neanche arrivato all'uscio del podere che già ho stabilito da che parte rifarmi all'indomani, con criterio degno del miglior Stachanov, e fermezza negli intenti.
Ma aprendo l'uscio l'odore di sugo ai porcini che sobbolle sulla stufa a legna mi lascia sublimare ogni intento, e rimando all'indomani la comunicazione dei lavori da fare.
E la sera, quella stessa della consegna delle castagne al seccatoio, ha un sapore dolce nella mia bocca, dove quel goccio di grappa fa l'amore con il ricordo della cena e mi placa nell'animo più profondo, sussurrandomi quasi un "Ci penserai domani"...
Il sonno è profondo.
La sveglia è la solita, presto.
Ma la differenza la noto nella colazione, consumata lentamente, con qualche concessione in più in fatto di gola.
Mi attivo, ma è lì che la moglie mi chiede di aiutarla con qualche faccenda, e non posso e non voglio negarmi, e così scivola via l'intero primo giorno.
Ma la sera mi riprometto che l'indomani sarò sulla breccia, pronto ad affrontare le fatiche che dal marzo precedente si son sommate.
Il sonno è profondo, ancora.
La sveglia la solita, anzi no, forse ritardata di cinque minuti.
La colazione è ancor più lenta, ed ancor più golosa.
Ma niente mi potrà fermare, il secondo giorno.
Ma c'è da andare in paese, a sbrigar faccende di burocrazia, e quindi rimando al pomeriggio, dove c'è da aiutare la prole con la lezione.
Ed il terzo giorno sarà la fotocopia dei precedenti, dove anche il quarto ed il quinto, sino al sabato successivo.
"Sarebbe bello andare a mangiare la pizza..."
E come faccio a dire di no a quegli occhioni desiderosi di un mio si?
Infatti arriva la pizza, e il giorno dopo arriva anche una giratina in auto, a guardar come l'autunno si stia spogliando lentamente e in modo così colorato.
Una settimana.
Una settimana di festa, potrebbe dirmi qualcuno.
Una settimana di passaggio, dico io.
Girarsi addietro e riprendere in mano così tanto lavoro richiede lucidità, e ritengo sia fisiologico, oltre che di buon senso, rallentare (almeno un pochino) e riprender fiato prima del tanto lavoro da fare al podere, nella carraia, nella stalla o in alveare.
Infatti, paiola e cazzuola mi aspettano per murare, ristrutturare, ricostruire, intonacare vari muri e muretti.
Trapano e sega per ripiani da costruire, mobili da aggiustare, tetti da rattoppare.
Spatola e vernice per arnie da ringiovanire.
Fornello e pentolino per cera da sciogliere e così recuperare.
Pennello e calce per muri da rinfrescare di bianco.
Saldatrice ed elettrodi per...beh, per mille cose diverse, tante, da non saper quante raccontarne.
E poi ci sono le reti antigrandine da togliere, la serra da ricostruire, l'orto da svuotare, il legname da accatastare, il legname da segare, il legname da accatastare nuovamente.
In ogni parte del podere ci saranno almeno tre o quattro cantieri diversi che in parallelo poterò avanti, giusto per non rincricchiarmi la schiena a star gobboni a giornata, o in una posizione piuttosto che un'altra.
Verrà l'escavatore, e ci saranno da togliere le piante ormai secche, da aggiustare cigli e campi, scoli e fossati, strada e stradelli.
Ho una quantità di cose da risistemare, a cui trovare una posizione definitiva,  da buttare, da ricomprare.
Soldi da spendere, inventari da fare, strutture da costruire.
Che si tratti del lavello che non scarica bene, o della finestra che lascia passare lo spiffero, comunque ci sarà per me lavoro sicuro sempre, con pioggia o neve, sempre e comunque.
E...intanto, il lavoro con gli animali continuerà, tra pascolo e lavori in stalla, nel pollaio, nell'alveare e così via.
E la casa da mantenere calda, in una realtà dove non si pigia un bottone e i radiatori si fanno caldi, ma dove ogni santissimo giorno c'è da accendere due o tre fuochi, da gestirli con legna di pezzature diverse, da spostare, portare, e piegarsi decine e decine di volte, da ripulire, da seguire, da accudire...perchè sennò si crepa dal freddo...e soltanto questo è un lavoro a se.
E poi la manutenzione al trattore, alle attrezzature, le motoseghe sempre a cantare, il rimorchio da caricare e scaricare.
E chissà quante me ne sto già dimenticando, ma saranno lì ad aspettarmi, a tempo debito, reclamando il mio tempo.
E poi nevicherà, si nevicherà, e si rimarrà bloccati, e si rimarrà senza corrente elettrica, e l'acqua nei tubi gelerà, e sarà inverno di montagna.
E' vero, tutto sarà diverso perchè non si tratterà di un quotidiano in evoluzione, ma di un "ripassare le bucce" oltre che di un quotidiano sempre uguale.
Ma mi piace, e mi piace tanto.
Avrò tempo per leggere, finalmente, sopra a tutto adesso che ho gli occhiali da lettura, e magari qualcuno verrà per la cena a farci compagnia.
Ed anche se non andrò a far gite, vacanze, non mi toglierò sfizi e non coltiverò vizi, comunque sarà assai più rilassante e lento il vivere e lavorare qui nella vita agricola di montagna.