Taglio dell'erba per gli animali del podere

Taglio dell'erba per gli animali del podere

domenica 25 luglio 2021

Se state leggendo questo vuol dire che vi interessa questo

 "Te non hai proprio una benchè minima strategia vincente.
Se tu raccontassi quello che fai con la stessa passione con cui lo fai, ne avresti a migliaia di followers.

E poi, nel 2021, dove vai senza un social media?  Ti basterebbe una foto al giorno su Instagram, e lo vedresti in quanti sarebbero incollati ed estasiati nel guardare e leggerti.
Parli, e sembra sempre che tu faccia una poesia estemporanea...coinvolgi la gente ad appassionarsi in quello che fai...se ti ci metti un minimo d'impegno sei un abile trascinatore.
Ma sopra a tutto te c'hai cose da dire, ce ne hai tante, cose che farebbero commuovere l'impiegato di città, la casalinga di mezz'età, il bimbo, il ragazzo che sogna la libertà,
Dio mio...ti ci vorrebbe così poco..."

A dirmi questo è il Nano, una delle persone pù importanti nella mia Vita, leale amico e sempre brillante in tutto quello che fa.
Lui mi conosce, talvolta mi ha addirittura aiutato a conoscermi (tanto mi conosceva), ed a suo modo è accanto a me da 22 lunghi anni.
Lui ha assistito e partecipato direttamente a tutte le decisioni importanti che io ho preso, mi ha appoggiato, e criticato, sempre con rispetto, Amicizia e lungimiranza.
Io mi fido di lui, assolutamente.
Ma io proprio non ci riesco a fare quello che lui da tempo mi consiglia di fare.
Io proprio non riesco a concedermi così tanto, seppur rimanendo nell'oscurità, e ad avere quella costanza che lui sottolinea sempre sia importante per avere più visibilità.
Visibilità...
Non credo di averne mai voluta, ed ho sempre sentito questo "non luogo" come una sorta di bottiglia in cui affidare passione e disperazione, gioie e progetti, fallimenti e stanchezza.
Dal 2017 è radicalmente cambiato il mio rapporto con il Blog, ho fatto una pausa lunga dettata da esigenze personali, e sempre meno frequenti sono stati i miei interventi qui.
Eppure...ogni volta che io scrivo, lo faccio con entusiasmo.
Lo faccio con la voglia di farlo, senza guardare il contatore, ne tanto meno pensando a come potrei confezionare il mio pensiero.
Mi viene in mente una cosa, la scrivo (generalmente di notte), poi la pubblico, dopo un giorno la rileggo e la correggo, punto.
Il Nano mi vuole un gran bene, e sicuramente vede che di contenuti ne avrei a bizzeffe da proporre nel virtuale, ma mai vorrei che questo divenisse un impegno per me, e mai vorrei dovermi esporre maggiormente sviscerando un privato di cui sono gelosissimo, e cercando di accattivarmi il pubblico.

A voi lettori, avventori occasionali o amici di lunga data, faccio questa domanda: secondo voi ha senso continuare a leggermi sempre meno, in una piattaforma che a dire di molti (non me ne voglia google) è obsoleta, senza la benchè minima ricerca di un'estetica, senza contenuti aggiuntivi come video, link, o foto? 
Ha senso dopo dieci anni di blog continuare così, in questa formula, con queste tempistiche?

Vi esorto a contribuire con commenti e critiche: non siate timidi, per me è importante conoscere la vostra opinione.
Se state leggendo questo vuol dire che in qualche modo vi interessa questo.
Grazie a tutti per la collaborazione
A.A.

lunedì 24 maggio 2021

Perdere il momento giusto: l'onda lunga del maltempo

Erano i primissimi giorni di Dicembre, e quella neve aveva un sapore di gioia, soddisfazione e desiderio.

Da tanti anni non capitava che il freddo, quello "sano e giusto", ci facesse visita in quel modo.
Così romantico e discreto, salvo poi lasciare spazio alla pioggia, per poi ritornare ancora, ed ancora, più volte prima del solstizio d'Inverno.
Finalmente un Inverno che...avrebbe saputo dimostrarsi Inverno.
E così è stato: la neve per Natalino, la neve per inizio anno, la neve per la Befana, e poi ancora freddo e neve, neve e freddo, tramontana e grecale che spazzavano via i ricordi di tutti quegli inverni caldi e uggiosi, e di bianco si vestivano gli alberi spogli, i campi, le rocce.
La legna che bruciava nel camino, nelle stufe e nella caldaia, in quella vita fatta di "scatasta, trasporta, sega, spacca, ritrasporta, riaccatasta, riscatasta, porta in casa e...brucia".
Movimenti oramai scontati, quasi come il deglutire o il battito di ciglia, fatti senza pensarci, in un automatico che stanca la schiena e riscalda le membra.
Le doppie calze di lana, le mutande lunghe di lana, camicia di flanella, maglioni pesanti, passamontagna o berretta...di lana anche quella.
Le giornate, bigie, o con nuvole cariche di neve, o con sole, mentre il vento ti frullava di manate nel muso.
L'odore della motosega, il rumore di motosega, la catena da arrotare, la miscela da preparare, ed ancora...motosega, motosega, e motosega.
I giorni, prima, e poi le settimane si sono susseguite, lasciando spazio ai mesi più invernali .., tra i più invernali di sempre.
E poi...e poi quei giorni di Marzo, con le api che riprendevano a covare, il vento freddo che si chetava, ed il giaccone dimenticato sulla staccionata, mentre c'era da lavorare.
Tutti quei propositi sulla Primavera che stava per entrare, e quella riconoscenza ad un Inverno serio e laborioso.
E...
...e l'Inverno m'ha proprio preso in parola, ed ha continuato a lavorare, portando la neve di fine marzo, e le gelate dell'8 aprile e del 15 aprile, seminando qua e à altre sporadiche nevicate.
E aprile, lungo e nervoso, s'era travestito da gennaio.
Le api che non covavano più, la caldaia che andava a tutta senza tregua, le terre da lavorare, i geloni che erano ritornati, e cento e più progetti in attesa di poter partire.
E maggio da subito ha portato sole, temperature fresche ma gradevoli, salvo poi adattarsi, e travestirsi anch'esso da gennaio, e gettarci nel balordone più completo.
Vento forte, quasi sempre, e piogge violente, alternate a raffiche continue che ci hanno scosso sin dentro l'anima per giorni, e giorni, e giorni.
Le scorte di legna che son finite, l'orto ancora da preparare, le patate che spighivano in cantina in attesa di esser messe a dimora, la cavalla che scalciava nella stallina reclamando una giornata senza vento o pioggia, e quell'uggia continua del non poter fare.
Le api, nutrite senza tregua per mesi e mesi, ancora erano aggrappate a quello sciroppo sena il quale sarebbero perite.
E nel bosco, la legna del prossimo anno, tutta da tirar via.  E le semine che sono saltate, ed un altro anno che...che ha già presentato il conto di quanto le scelte più giuste siano spesso quelle più...complicate.
Oltre la resilienza, la consapevolezza che ogni piano debba essere rivisto a ribasso, o se ne debba tornare nel cassetto, in attesa di tempi migliori.
Ma la viola mammola continua a fiorire, ed in qualche modo le giornate si susseguono regalando momenti di pace, che sia di fronte ad un piatto di minestra calda o che sia per una conquista fatta all'aperto.
"Oggi son riuscito a tagliare l'erba",  dico fiero, continuando " ora mi resta solo di lavorar la terra"
...ma nell'attesa l'erba ricresce, si raddoppia, e va ritagliata.
Una metafora conosciuta all'Agricoltore che, oltre a non essere mai contento del clima e delle stagioni, è sempre nella consapevolezza di quanto perdere il momento giusto per far le cose voglia dire rischiare di non farle affatto.
Ma i lavori dentro al podere vanno avanti, e tra muratoria e falegnameria, tra idraulica ed interventi elettrici, si cerca di rimetterci in pari, almeno lì, con il tanto da fare.
Ma le giornate passano, e l'onda lunga del maltempo, continua a  portarci alla deriva, a noi...che per campare dobbiamo contrastare con tutto questo.
Non porto qui percentuali, non faccio conti né tanto meno approfondisco con discorsi otre modo noiosi: quando alla mattina apro la finestra, la Bellezza m'invade il petto, e mi sento fortunato ad essere dove sono, con chi sono, ed a sforzarmi di vivere "del mio".
Questo conta: le stagioni passano e passeranno, ma questo rimane.
La Vita è un inno al Fare, al Ricercare, ed al Saper Apprezzare, e non so se pensare questo mi renda Anacronistico o meno, ma so che mi rende una persona sempre più Convinta della scelta fatta, nonostante tutto.
Aspettando le giornate di sole...


domenica 16 maggio 2021

Apicoltura Anacronistica 1: la presa di coscienza di un innamoramento

Ci ho pensato sin troppe volte, temendo più che il giudizio, l'errore.
L'errore nel comunicare nozioni sbagliate o nel non saper approfondire.
Quindi, la prima premessa è la seguente: con questo post io NON HO INTENZIONE DI INSEGNARE L'APICOLTURA.
Sono e rimango un Agricoltore che, dei vari progetti portati avanti al Podere, si occupa anche di Apicoltura.
Se cercate specialisti del settore, io vi consiglio di andare altrove.
Come autodidatta mi sono cimentato per anni nell'allevare famiglie di Api e nel rubar loro un pò di miele, e tante sono le occasioni in cui avrei potuto parlarne qui, ma ho sempre e solo fatto accenni: pennellate di una Passione così forte, seppur tanto intima.
Cosa possa esserci di intimo nell'Apicoltura? 
Per me è un'Amore, non un'infatuazione, né tanto meno un'attrazione; mi prende nelle meningi, nel petto, nelle viscere e sotto pelle.
Mi sprona e mi placa.
Ma sopra a tutto, mi chiama, costantemente.
Ed un giorno mi son ritrovato innamorato.
Una forza tanto grossa quanto talvolta dolorosa, che prima o poi mi ha costretto, e mi costringerà ancora, a fare scelte che cambino in qualche modo la vita.
Ecco un'ammissione che raramente faccio in pubblico: la scelta del vivere in montagna, in questi luoghi realmente isolati ed incontaminati, tanto è anche stata dettata dalla necessità di provare ad affrontare l'apicoltura in un modo ancor più personale, estremo, Anacronistico.
Allontanarsi dalle colline, dove l'aria era certo buona, ma dove il clima stava funestando ogni cosa, lasciando incisi e profondi i danni, che anno dopo anno tanto dolevano e nocevano alle api.
Allontanarsi per un posto FORSE migliore, con estremi e radicali cambiamenti, con scelte assai difficili da compiere, con le sue criticità, ma...ma dove l'acqua non mancasse: primo punto fondamentale.
Le api abbisognano di acqua: ne abbisognano loro per vivere, certo, di acqua pulita, ma ne abbisognano le colture arboree ed erbacee, e la selvicoltura tutta, dalle quali loro attingono polline, nettare e propoli.
Senza acqua i prati seccano, o comunque faticano a fiorire; senza acqua gli alberi non portano avanti fioriture importanti; senza acqua la Natura patisce, e le api periscono.
In Montagna c'è acqua, in montagna non ci sono le estati torride che fagocitano sempre più anche la bassa e media collina, in montagna c'è un ecosistema composto da una miriade di specie vegetali tali da assicurare Vita a questi insetti.
Ma...
Ma in Montagna c'è freddo, c'è troppa pioggia, magari ci sono gelate e neve sino a maggio, grandinate di giugno, freddo di luglio.
In montagna si restringe a quattro mesi scarsi il tempo per le api di sfruttare quell'abbondanza di bontà di specie di cui hanno bisogno per vivere.
In montagna l'uomo è ancora aggrappato alle tradizioni, al fare poco e bene, all'essenziale, all'autarchia, e sopra a tutto al rispetto per l'ambiente in cui vive.
Aspetti positivi e negativi, dove il rovescio della medaglia vince sempre, ricordandoci che non esiste regolarità e sicurezza neanche a quote elevate.
La sfida dunque è stata proprio questa, ossia cogliere una necessità, una passione, un'opportunità, e tenerle assieme con sacrificio ed amore, seguendo l'Istinto.
La sfida, appunto, è stata questa: Apicoltura in Montagna.
Apicoltura, senza radici ne esperienze, in un luogo sconosciuto, dove l'intuito, pochi racconti, e tanta osservazione rischiano di essere gli unici elementi per riuscire in questo.
Ma partiamo dall'inizio.


Era il Giugno del 2014 quando mi accadde qualcosa di inaspettato e sconvolgente.
Ero nel pollaio, al vecchio podere in collina, e stavo portando acqua ai polli che ne abbisognavano per la forte calura che era arrivata in quella giornata.
I polli stavano a becco lente, e si schiacciavano a terra a cercare u qualche refrigerio.
Era caldo, di quelli che pare avere un forno acceso difronte alla faccia, e la Natura tutta pareva essere sopraffatta, in quell'anno tanto piovoso quanto fresco.
Con una tanica riempivo i trogoli del pollaio, mentre le ovaiole facevano la fila per bere, ed i pulcinotti s'ammassavano disordinati facendo bagni ed infangando subito l'abbeveratoio a loro dedicato.
Posata la tanica sentii un rumore, come del vento che scuote l'alborello, improvviso, quasi arrivarmi addosso, ma...non moveva una foglia.
Mi girai, e vidi la luce del sole calare in controluce, e sopra di me una nuvola scura e ronzante, come di un frastuono sommesso, che mi scese quasi sul capo, schivandomi da ultimo per tuffarsi nel trogolo più grande non ancora conquistato dai polli.
Lì, a meno di un metro dai miei piedi, centinaia e centinaia di api riempirono ogni millimetro del bordo ed i lati di quel recipiente, e come un fiume di lava, continuavano ad ammassarsi ed ammassarsi, sino a colare in terra in un continuo scivolare e tremolare.
Grondavano, sino a toccare il terreno, per poi lasciarsi trasportare più n basso, come in quel trabocco vibrante.
Api, tante, tantissime, in quel rumore che mi trapanava quasi l'orecchie, sordo ed acuto,  lasciandomi immobile ed affascinato.
Uno sciame.
Uno sciame aveva deciso di fermarsi, durante il suo tragitto verso chissà dove, nel mio pollaio, a bere in quel trogolo d'acqua fresca e chiara, senza curarsi affatto della mia presenza.
Zitto e buono, senza alcuna paura ne spavalderia, osservavo quel vomitarsi addosso di api su api, e di come organizzate andassero a lambire il bordo dell'acqua, salvo poi lasciarsi risucchiare da quel fiume vivente e sparire verso il terreno.
Zitto e buono, con cuore calmo ma eccitato per tanta bellezza.
Bevvero tanta acqua, tanta da vederne calare (seppur di poco) il livello, e poi successe qualcosa: come azionate da una scossa interna, s'alzarono tutte, come sparate a mezz'aria, dove presero a vorticare facendomi vento alla faccia, e lasciando che la pelle d'oca s'impadronisse sella mie braccia ignude.
Non sapevo cosa fare, non sapevo...e basta, ma mi piaceva: io mi stavo innamorando, e non lo capivo ancora.
Il cuore calmo, batteva forte e profondo, e gli occhi lustri mi facevano venire voglia di...ancora, di essere ancora in tutto quel vortice che mi stava inglobando, stringendosi.
Nemmeno un'ape mi sbattè sulla faccia, scoperta e vulnerabile, ed i brividi aumentarono tanto, sino a donarmi un forte formicolio.
Vorticavano, ed io al centro che le guardavo senza mai abbassare lo sguardo, con la bocca lente ed esposto ad ogni genere di rischio.
E poi gli occhi scesero su quel formicolio: ogni centimetro dei miei bracci e delle mie mani erano ricoperte di api.
Non esagero a dire che non si poteva scorgere neanche un lembo di pelle non vestita di questi insetti, vestito di un brulichio.
Pochi secondi e le api si calmarono, mentre il ronzare sopra la mia testa continuava tanto da siminuire ancora la luce del sole alla mia vista.
Non un secondo, non dieci, ma...alcuni minuti: tanto è durato tutto questo, sino al momento in cui le api dalle braccia si sono alzate in volo, nuovamente, per ricongiungersi a quello sciame che s'ingrossava si allargava di nuovo, facendo passare più lume.
I cipressi sullo sfondo erano tornati ad essere verdi, e ridistinguevo bene i contorni delle cose.
Nemmeno un pinzo...niente di niente, e mentre guardavo e toccavo quelle parti occupate sino a pochi istanti prima, lo sciame ripartì veloce verso est, oltre il pollaio, semplicemente svanendo.
Rimasi lì, ancora, pensando a quello che avevo appena visto e vissuto, emozionato con la voglia di baciare quel tempo.  Incredulo e sovrastato, non comprendendo, ma sentendomi leggero.
Mi ci vollero alcuni secondi prima di riuscire a rimuovermi, cercando qualche ape che non trovai, e qualche pinzo che non era stato fatto.
Guardai il pollaio ed i suoi abitanti, tutti scostati da me, bloccati quasi fossero di pezza.
Non un rumore, ma solo gli uccelli che continuavano sui cipressi.
E d'un tratto, anche il pollaio tutto si rianimò.
Corsi in casa da mia moglie, ed esordii dicendo: "Se non mi crederai...ti darò ragione: non mi crederei nemmeno io, ma..."
Le raccontai tutto, tanto da farle venire gli occhi lucidi, in quell'impeto di emozioni che a fiotti mi sgorgavano dal petto, senza un filtro o un freno.
Credo che in tutto quel mio raccontare, lei abbia avuto anche tanta paura per me.
Io non ne ebbi, non so il perchè, in quel misto di incoscienza e desiderio che avevo vissuto.
Accennai la cosa, a fatica, a poche persone, e poi mi tenni tutto dentro.
Volevano credermi, ma farlo li spaventava per quanto mi era accaduto.
Un paio di mesi dopo, ruppi gli indugi, e ne parlai ad un caro amico apicoltore: lui, persona seria e professionista ancor più serio, da una vita faceva l'apicoltore, mantenendo una filosofia ed un approccio assai più "Naturale" (mi sia consentito questo termine) di quanti apicoltori avessi mai conosciuto o visto all'azione.
La sua sensibilità e capacità di osservazione, sommate alla sua esperienza, mi portò a confessarmi, parlando di quell'esperienza come di qualcosa di...illuminante.
Me lo ricordo mentre in silenzio, si emozionava sulle mie parole, sulla cronaca di quell'innamoramento.
E mi ricordo la prima cosa che mi disse, quasi empio di una sana invidia: "Sei stato molto fortunato."
Ma non si riferiva al fatto che quello sciame non mi avesse massacrato di pinzi, ma piuttosto a quello a cui avevo assistito, e di cui ero stato reso partecipe in modo così...diretto.
Non usò termini tecnici, ma disse parole di cuore, senza giustificarmi quanto questo potesse rappresentare per me, ma giustificandomi quanto secondo lui questo episodio avesse potuto rappresentare per lo sciame.
Ci pensai, e quelle parole divennero sprono.
Non l'avrei più raccontato a nessuno, e dopo sette anni son qui a farlo a voi che leggete.
E se non mi crederete...certamente non mi farete un torto, e non vi biasimerò per questo.

Ci vollero alcuni mesi, ma poi partii, in sordina, tanto emozionato quanto consapevole di dovermi approcciare con rispetto e apertura in quella nuova esperienza.
Nell'aprile 2015 le prime 4 arnie: 4 famiglie con regina dell'anno, in una buona annata, con un libro in una mano, ed una valanga di domande a cui dar risposte.
Partii così, sapendo poco e credendo che l'empatia per questi esseri viventi mi avrebbe dato quanto mi sarebbe bastato per far del bene a loro e far del bene all'ambiente.
Partii così, come spesso ho fatto, cercando di rubare informazioni da qualcuno assai più bravo di me, ed...osservando, osservando, ed ancora osservando.
Da quel momento iniziò la mia esperienza in apicoltura, iniziando ad incontrare innumerevoli problemi, tanto dettati dalle stagioni complicate ed avverse, quanto dalla mia profonda inesperienza.
L'avidità di conoscenza, la curiosità che mi affamava, un'invisibile bisogno di calma ed emozioni mi spingeva come carburante e ruote del mio quotidiano "fare ed essere" da Agricoltore Anacronistico.



venerdì 14 maggio 2021

Citazione n°1

 Gli Stoici, gli Anacronistici ed i Coraggiosi in qualche modo vanno avanti.

                                                                                                                 Enne 

lunedì 22 marzo 2021

Il terzo giorno di primavera

Mi guardo i geloni sulle nocche delle mani.
Mi ricordo quando a diciassette anni mi vennero per la prima volta: quel novembre del '96 s'apriva alla tramontana ghiaccia assassina, che in quella raccolta delle olive mi trovò impreparato prima, dolente poi.
I geloni: marche del freddo che rivendica il diritto di comandare anche sulle mani che lavorano.
Ero un ragazzone, con tante idee e tante certezze, e quelle marche nelle mani mi facevano sentire più "lavoratore", e di tanto mi vantavo di fronte a quei compagni di scuola che per davvero loro dovevano lavorare nelle aziende di famiglia, mentre io mi dilettavo con sporadiche domeniche agricole.
Mi guardo i geloni sulle nocche delle mani...venticinque anni dopo.
Tanto il tempo che è passato prima che le mie mani fossero di nuovo marcate dal freddo.
E che freddo...
dai primi giorni di dicembre ad oggi ho masticato tanti, ma tanti di quei ceffoni ghiacci marmati che a raccontarlo mi dolgono ancora le gote.
Freddo, che mi sbatacchia il viso, mi taglia le labbra, m'asciuga gli occhi.
Freddo col sole, freddo di sera, freddo dentro le nuvole fredde, freddo che non riesci a scaldarti nemmeno dentro al camino, freddo nella neve, sul ghiaccio, sotto la pioggia.
Freddo, prima di Natale, dopo le feste, per tutto gennaio, a metà febbraio, e sino ai primi giorni di primavera.
Ripenso a quel ragazzone di sedici anni, ed a quanto tempo sono stato senza vivere un inverno degno di tale nome.
In tutto questo, sporadiche finestre di "meno freddo" si sono aperte all'improvviso, salvo poi richiudersi fragorosamente.
In tutto questo, un caldo all'improvviso e spiazzante ai primi di febbraio, ai primi di marzo...roba da maniche di camicia, roba da pigliarsi un accidente per davvero.
Ma se il vento di nordest è stato il re di questi ultimi tre mesi, la neve ha fatto da regina.
Persino pochi giorni fa l'aia, ancora imbiancata, regalava pace solo a guardarla.
Mentre scrivo, il vento sbatacchia la casa, naccherano le tegole, e spifferi vincono e fischiano oltre le finestre serrate.
Oggi è già domani, 22 marzo, terzo giorno di primavera.
Tanto di cappello all'inverno che è passato.


lunedì 25 gennaio 2021

Brevi di un Gennaio nevaio

L'anno non poteva iniziare meglio, se non con del buon freddo invernale.
Gli auspici c'erano tutti, e le tante nevicate di dicembre facevano presagire che prima o poi l'avrebbe fatta sul serio una grossa nevicata.

E dopo la neve di Natale, magia pura in una giornata con contrasti troppo accesi per essere raccontati.
E dopo la neve di Natalino, potente e silente, mentre spaccavo legna e la bimba giocava col cane.
E dopo la neve del 29, diaccia accidentata, mista a gragnola, che s'era accumulata dietro la casa quasi a volerla soffocare.
E dopo la neve del 2 di questo mese, poca ma lenta, che s'appiccicava quasi fosse pasta si pame.
Eccola, il 5 pomeriggio, proprio nell'unico giorno in cui dovevo spostarmi con la macchina.
Come francobolli bianchi tirati a terra da funi, tappavano la vista e pareva di essere dentro una lavatrice.
Una nevicata che difficilmente scorderò, fosse anche per quei venti chilometri percorsi in due ore, o per la gioia di quella bimba che ancora non si stancava della neve, ed anzi era come se fosse la prima dell'anno.
Povera Befana, chissà che fatica per rampicare fino quassù al podere: eppure è passata, e la calza attaccata al camino è stata riempita.
Il giorno 6 ha continuato a nevicare fino al pomeriggio...e per tre giorni siamo rimasti bloccati al podere, in quell'abitudine fatta nelle esperienze passate, certi di avere il tutto per andare avanti bene, e poco curanti delle frenesie che comunque ci stavano chiamando.
La lentezza che la neve c'impone ci riporta sempre a quello che eravamo, e ci discosta di molto da quello che dovremmo essere.
La neve prima, gelata poi, ha mantenuto il paesaggio bianco per due settimane filate.
Le tracce a terra raccontavano di daini avvicinati alla casa, di caprioli che banchettavano alle rotoballe di fieno, di una scrofa ed i suoi porchetti che avevano trovato riparo proprio dietro alla stalla della cavallona.   Ed un femore di capriolo, ripulito di tutto tranne che degli unghioni, c'ha fatto scoprire svariate tracce di lupi che hanno banchettato proprio dietro al nostro orto.
La Neve, che s'è sciolta quattro giorni fa, per la pioggia, lasciando fango e ruotate in ogni dove.

La vita continua, con i soliti ritardi sulla legna da ardere, molti ritardi sul bosco da tagliare, troppi ritardi sui pali da preparare per le recinzioni.
Le api, ascoltate con lo stetoscopio fuori dai legni delle loro casette.
Il fieno asciutto, il pascolo "cotto" dal gelo.
Le grida di una bimba che gioca.
I pupazzi di neve che spuntano e si sciolgono di giorno in giorno.
Ed ancora la pioggia, tanta.


martedì 29 dicembre 2020

Quel che non ammazza, fortifica

Cari lettori,
come di consuetudine arriva il post di fine anno, e come di consuetudine avrei dovuto parlare dei problemi, delle soddisfazioni e dei bilanci di questo anno tanto nefasto quanto unico per tutti noi.
Non sento il bisogno di elencare niente, ma semplicemente di rivolgermi a voi con un saluto, una raccomandazione ed un pensiero felice.

Il saluto è per quanti fanno interventi qui, che si tratti della prima volta o che siano assidui in questo: vi auguro il migliore inizio del nuovo anno.
Ma il mio saluto va anche a quanti leggono silenti queste righe di Blog, ed a quanti capitino qui occasionalmente, con curiosità e con spirito critico: a tutti voi auguro il Meglio.

La raccomandazione è quella di saper cogliere tutte le esperienze (dirette e non) fatte in questo 2020, e non lasciare che svaniscano nel dimenticatoio della memoria: sfruttiamo tutti le sofferenze, i sacrifici, le paure, la rabbia, la tristezza, gli insuccessi, e le privazioni al fine di rendere tutto questo un pilastro su cui edificare, e non una pietra da lanciarsi dietro le spalle.
Quel che non ammazza, fortifica.
Ed appunto, usciamo dall'anno ancor più consapevoli dei nostri limiti, della via da seguire, e dei propositi da concretizzare: un anno giovane si affaccia alla porta dei giorni, e non possiamo tenerlo staccato, protetto da quello che sta terminando.  Usiamo memoria, ed usiamola a fin di bene.

Il pensiero felice è tutto in quella manina, che sotto al fango accumulato, scorge e salva una coccinella, liberandola al prato.
E' nei giovani, nel nostro futuro, che dobbiamo trovare forza e risposte.
Ed è per i giovani, per il nostro futuro, che dobbiamo trovare risposte forti.
Che sia il nostro figlio, o il figlio del prossimo, sarà nelle sue mani oggi piccole che consegniamo la casa di tutti ed il suo tempo.
A noi questa responsabilità, mai come nell'anno che sarà.
Buon 2021



giovedì 24 dicembre 2020

Natale 2020 - La storia di un bimbo e di come incontrò Babbo Natale

A mio fratello,
Tanto lontano quanto vicino, come mai prima di adesso.


Era l'antivigilia, e come tutti gli anni a casa di nonno e nonna si faceva l'albero di Natale.
Anche quell'anno era nonno a portarlo su per la tromba delle scale: si trattava di un pino, donatogli dai tati che lavoravano nella Comunità Montana.
Una volta in casa, e posizionato in un angolo del salotto, spettava a nonna ed a babbobimbo mettere le lucine colorate, le palline di vetro (in alto), quelle di plastica (in basso e dietro), i nastri argentati (pochi perchè a nonna proprio non son mai piaciuti).
Spettava a nonno mettere il puntale: era argentato, con lucine che si accendevano e spengevano, e toccava quasi il soffitto: si doveva aiutare con lo scaleo, mentre babbobimbo e nonna gli facevano da assistenti.

Finito l'addobbo tutti e tre stavano compiaciuti a guardarlo, in quell'acceso e spento che le lucine riflettevano nell'intera stanza buia.
Il giorno dopo era la vigilia di Natale, un giorno tanto speciale per babbobimbo.
Infatti, dopo la cena a base di brodo e tortellini a babbobimbo era concesso di rimanere alzato per poter guardare un film.
Tutti e tre assieme, seduti sul divano, a guardare il film, e poi via a letto di corsa, perchè si sa che "se i bimbi non dormono, Babbo Natale non lascia i regali".
Ed ance quella sera babbo bimbo si addormentò subito, sotto al pesante coltrone.
Un rumore forse lo svegliò, magari un ciocco che ruzzolava dentro la stufa a legna.
E proprio dalla stufa a legna si liberava una flebile lucina che a stento schiva il corridoio, dove babbobimbo vide un'ombra muoversi.
L'ombra di accostò alla stufa, e nitidamente babbobimbo seppe distinguere forme e colori: una persona alta, robusta, con una giacca rossa, stivali neri, barba bianca e...e un saccone grosso sulle spalle.
Ma, ma era lui, si era proprio lui: Babbo Natale.
Babbobimbo provò emozioni come agitazione, euforia, stupore.
Voleva saltare giù dal letto, corrergli incontro, abbracciarlo, ma...ma se Babbo Natale si fosse accorto di lui, sarebbe svanito nel nulla.
Questo babbobimbo non lo avrebbe potuto sopportare.
Ed allora che fare?
Ci pensò e ripensò, e poi comprese che l'unica cosa da fare fosse proprio...non fare niente.
Scivolò ancor più sotto al pesante coltrone, lasciando solo uno spiraglio per poter sbirciare a fatica.
Babbo Natale solcò il corridoio, girando a sinistra per entrare in salotto.
Di fronte all'albero addobbato, quell'omone si inginocchiò, e scaricò tanti e tanti pacchetti proprio sotto le fronde di quel pino.
Babbobimbo da quella posizione poteva scorgere ogni suo movimento: nemmeno respirava, tanta era la sua voglia di non farlo andare via.
Ancora un attimo, e Babbo Natale si rialzò, e diretto ritornò nel corridoio salvo poi svanire.
Il cuore era colmo di emozione, e babbobimbo sentiva le lacrime calde e salate scivolargli sulle guance: lui aveva visto Babbo Natale.
L'emozione, tanta, prevalse su tutto, tanto che si addormentò.
Ma presto fu giorno, presto fu Natale.

Babbobimbo, una volta sveglio, saltò giù dal letto, correndo a più non posso verso la camera di nonno e nonna, e con un balzo si piombò tra loro due, proprio sul lettone.
Era raggiante, e dispensava sorrisi ed auguri.
Prima ci si doveva lavare, poi vestire, ed infine fare colazione: tutto eseguito senza fare una piega, da bimbo bravo quale era non faticava certo a fare le cose di sempre, seppur avendo un treno a vapore nel petto.
Ecco che il campanello suonò; erano i bisnonni che arrivavano, tutti ricambiati per la festa.  Quel segnale permetteva a babbobimbo di poter andare in salotto e di iniziare a scartare.
Una ruspa...delle costruzioni...una macchinina.
Regali tanto desiderati, ma babbobimbo sapeva che di quel Natale non si sarebbe mai e poi mai scordato il regalo più bello: lui aveva visto Babbo Natale.



L'Augurio è che possiate trascorrere il miglior Natale possibile, e che abbiate la pazienza, la resilienza, e la lungimiranza di pensare che l'anno prossimo andrà meglio...perchè deve andare meglio, e tutti noi abbiam bisogno di poterlo credere.
Per quanto mi riguarda, sarà il decimo Natale su questo blog, il secondo tra i monti, ed il primo con i genitori lontani.
Ma su tutto, il bisogno di far festa per una bimba troppo piccola da poter comprendere quanto sia complicato poter festeggiare in determinate circostanze.
Non aggiungo altro, se non: 
Buon Natale.

Agricoltore Anacronistico.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         



giovedì 10 dicembre 2020

Paura che ti blocca le gambe e ti toglie la voce

Io sono un omone.
Chi mi conosce sa che non sono un tipo che si spaventa facilmente, fatta eccezione per quel paio di paure, forse ataviche, che mi porto dietro da tanto tempo... forse da sempre.
Ho un pò di coscienza e di conoscenza della Natura, e nel tempo ho imparato a non bloccarmi di fronte a imprevisti o ad eventi paurosi: piuttosto riesco ad agire lucidamente, attingendo forse alla capacità di saper respirare di diaframma, e di aggrapparmi (come extrema ratio) a quella bradicarpia che all'occorrenza recupero non so dove e non so come.
Chi mi conosce sa che, se l'adrenalina mi spinge per buona parte della mia vita, la calma appunto mi sostiene nelle situazioni più critiche.
Eppure...
Eppure certe convinzioni sembrano esistere proprio per essere contraddette, sfatate, ribaltate.
Negli ultimi anni della mia Vita molte (per me assolutamente troppe) sono state le situazioni in cui ho rischiato di bloccarmi, o di lasciare entrare rabbia e paura dentro il mio petto, e di far loro timonare la mia bocca e le mie braccia.
Tante, troppe, nelle quali sono riuscito a mantenere il controllo all'ultimo istante.
Il Controllo è appunto l'arma più potente.
Calma ed intelligenza. 
Coscienza e Conoscenza.
Eppure...
Eppure quest'arma qualche sera fa mi è mancata.


Erano quasi le sette di sera, ed al Podere era buio e nuvoloso.
Tutto il giorno aveva vinto la pioggia, in quell'inizio di Dicembre bagnato e freddo, fatto di lavori dentro al Podere, con sporadiche visite all'uscio di casa nella vana speranza di veder rimettere la stagione.
La sera si era portata dietro altre nuvole, e minacciava anche un temporale mentre il vento rinforzava.
Tutti i lavori della giornata erano stati fatti, ma avevo lasciato indietro soltanto la cavalla, col suo governo da farle, e la stalla da chiudere per la notte.
In quel buio pesto, quel ritardo mi pesava ancora di più perchè dovevo andare a piedi sino alla stalla all'imbocco del bosco e distante dal Podere, senza l'aiuto dei fari della macchina.
Con l'auto mi sarei inevitabilmente impantanato, allungando la mia permanenza sotto la pioggia, tra canapi da tendere, trattore da accendere, ed una vettura da trascinare.
Gli stivali avevano già almeno 5 centimetri d fango pressato sotto la suola, il giaccone era già peso per la tanta pioggia bevuta; tanto valeva non lamentarsi, prendere la torcia, ed andare da quella povera cavalla mettendo un piede dietro l'altro.
Mentre scendevo lungo il campo mi facevo luce a pochi metri da me, tanto per evitare le pozzanghere quanto per poter procedere a passo deciso.
La discesa non mi facilitava la camminata poichè ad ogni passo rischiavo lo scivolone: pareva di pattinare sul ghiaccio.
Aveva appena smesso di piovere e c'era un silenzio pesante, quasi uggioso visto che anche il vento si stava placando.
I gatti, fedeli compagni del giro serale, mi seguivano puntando diretti verso la stalla, luogo dove trascorrevano sempre molte ore nei giorni piovosi.
La torcia puntata sull'ingresso della stalla mi fece notare subito che c'era qualcosa di diverso.
La cavalla, invece di essere col suo capone oltre la staccionata d'ingresso ad aspettarmi brontolante per il mio ritardo, era rintanata dentro, con le orecchie dominate da movimenti nervosi, e quello zoccolo sbattuto a terra ripetutamente.
Pensai che le dolesse la zampa: con tutta quell'umidità era una spiegazione più che logica.
Avvicinandomi, con voce bassa e parole lente, la rassicuravo cercandola con la mano mentre si ritirava nell'angolo più lontano dell'ingresso.
Neanche i gatti, portatori di fusa e strusciamenti, parevano esser da lei  graditi.
Doveva proprio farle tanto male quello zoccolo, e mi ripromisi che all'indomani mattina sarei tornato alla stalla col raschietto per farle un poca di pulizia al piede.
Aveva smesso di piovere, e una volta dato fieno ed acqua fresca, ero pronto per ritornare via, quando la cavalla iniziò a scuotere la testa, sbuffare, e saltellare in modo sconclusionato.
Anche i gatti a questo punto avevano perso le speranze, e tutti e tre in fila si misero seduti in mezzo allo stradello per aspettarmi sulla via del ritorno.
Una luce adesso entrava dall'ingresso: era la luna piena che si stava scoprendo dalle nuvole, e che faceva quasi giorno. 
Tutto s'era fermato, come in una foto: riuscivo a vedere bene il Podere, il pozzo, il campo coltivato, la fila di castagni lungo la strada, e per un attimo mi sono imbambolato in quell'immagine che pareva rubata al più bello dei sogni.
Ma un rumore ruppe quell'attimo di pace.
Un rumore che veniva dal bosco, uno sfraschio a pochi metri dalla stalla.
D'istino spensi la torcia, appoggiandola poco distante, certo com'ero che fosse il daino che si accingeva ad attraversare il campo per andare a pascolare oltre il poggio. 
Le abitudini dei selvatici scandiscono le ore di buio in campagna, e sin troppo bene conosco gli orari e i vizzi dei tanti animali che la notte s'accostano alla casa.
Ancora quel rumore, di poco più vicino alla stalla.
Mi affacciai oltre la parete della stalla per vederlo saltare fuori dal bosco.
Ma a catturare la mia attenzione era la cavalla: nel buio di luna piena i suoi occhi sgranati parevano grossi il triplo.
Come sospeso nel mare, sentivo un gran caldo alla faccia, e continuavo a buttare gli occhi oltre la stalla, e dentro alla cavalla.
Provai a rassicurarla con la mano,  ma un rumore nuovo, quasi come lo sbadiglio di un cane, fu seguito da un abbaio acuto e vocalizzato a lungo, proprio lì dietro la stalla, a non più di quaranta metri.
Mi chiesi che cane potesse mai essere, in quei tre, forse quattro secondi di silenzio.
Un silenzio agghiacciante e violento dove la testa pareva essersi spenta e dove non respiravo per non far rumore.
Io non capivo, ma una qualche forma di difesa primordiale mi imponeva di rimanere immobile e muto.
Un Ululato, accennato a fatica, quasi come fosse abbaiato scappò via dallo stesso posto, a margine dei campi.
Ma quel cane che ci faceva lì?  Di chi era?
Gli fece eco immediato un nuovo ululato che questa volta giungeva poco più avanti, a pochi metri dal primo ululato.
Questo era lungo, e gli fecero eco altri due ululati, che giungevano più in basso, forse di una decina di metri rispetto al primo.
E gli ululati erano quattro, distinti, lunghi, infiniti, ch'echeggiavano nella calanche del fiume, e salivano sino al Podere dove il cane da quel momento avviò l'abbaio dal suo recinto.
La cavalla nitriva e scalciava.
La porta della stalla spalancata.
La luce della torcia spenta.
Io all'ingresso, ancora con una mano tesa verso l'animale, nel tentativo di calmarlo, ed il cuore che come la più grande delle grancasse, sbatteva senza senso nel mio collo e nelle mie tempie.
Non il forcone vicino, non la pala, non  un randello da poter usare.
Solo, con la torcia spenta e distante, ed il disperato bisogno di un ragionamento che potesse toglierci da quella situazione.
Ed i polpacci mi facevano male, come nel più forte dei crampi, e sentivo salir su per le gambe freddo ed immobilità.
Tutto accadeva nell'arco di quindici secondi, e quindici secondi erano troppo pochi per concepire azioni che avessero un senso contro quell'evento che mai e poi mai mi sarei immaginato di vivere.
L'unica protezione contro quell'ignoto era tutta nella mia voce e nelle mie gambe: urlare a squarciagola e scappare sarebbe stata la cosa da fare, ma c'era da chiudere la stalla, recuperare la torcia, e chissà ancora quante cose...e non c'era tempo.
Urlai, con tutto il fiato che avevo in gola... o perlomeno mi immaginai di farlo, spalancando la bocca, ma non sortì nulla.
Non riuscii nemmeno a fare una qualche specie di suono, niente di niente, nonostante lo sforzo per farmi sentire.
La grancassa adesso mi esplodeva nelle meningi, e gli occhi mi bruciavano tanto.
Dovevo andarmene, senza indugiare, ma non si lasciano indietro i propri animali: nessun eroismo, nessuna avventatezza, soltanto responsabilità.
Gli ululati, lunghi e distinti, sembravano volermi squarciare il petto.
Erano lì, proprio lì, non in un video, ne in un sogno, erano lì dietro la stalla.
Le gambe erano inchiodate fredde, ma dovevo muovermi in qualche modo.
Pensai che in qualche modo dovevo...spezzarle, e ci misi tutta la forza che avevo per liberarle da quelle ganasce così strette, sentendo prima dolore e poi calore.
Un comando alla volta: prima le gambe, senza far rumore, mi portarono alla torcia,
Poi le braccia, che tese agguantarono la porta spingendola e serrandola sicura.
La cavalla era salva, e questo mi diede calore alla faccia.
Mi muovevo come n una danza a rallentatore, e non fiatavo.  Forse ero in apnea da chissà quanto tempo.
Istanti lunghi, la torcia stretta in mano, volutamente spenta: l'avrei accesa al momento giusto, magari per spaventare quegli animali, magri per vedere meglio la via se la luna si fosse di nuovo ritirata dietro le nuvole.
Dovevo partire correndo ed urlando, lasciandomi dietro quel coro straziante che mi solcava l'anima.
Ma adesso quegli ululati si stavano muovendo
Adesso quegli ululati si stavano avvicinando alla stalla.
Ed io ero ancora lì, proprio di fronte a... quella stalla, mentre sentivo la cavalla scalciare contro le pareti, ed i gatti erano fuggiti via con code gonfie ed una corsa inimmaginabile.
Senza una preghiera, né una bestemmia, partii con tutta la forza che avevo, contro tutta quella salita che mi aspettava.
Una falcata dopo l'altra, goffo e rumoroso, risalii, scivolando senza mai cadere sul fango, con la torcia spenta e serrata nella mano destra, mentre gli schizzi di fango mi riempivano la faccia ed il giaccone.
Gli occhi appannati dall'umidità e dal sudore.
Corsi, corsi verso casa, per allontanarmi da quella situazione, da tanto ignoto, e dalla paura di non saper fare, di sbagliare, di bloccarmi.
Il cane al Podere abbaiava sino a scoppiare, ma a scoppiare era il mio petto, e dovetti fermarmi.
Silenzio.
Il cuore batteva così forte per quello sforzo di fine giornata che non sentivo i miei pensieri.
Silenzio.
Il cane che rallentava l'abbaio.
Vedevo il podere, vedevo le luci accese al suo interno, e sapevo che moglie e prole erano al sicuro.
Ma io ero al sicuro?
Silenzio.
La luna si stava coprendo di nuove nuvole.
Una goccia, due, dieci, cento: pioveva d nuovo, e le foglie secche cantavano come nacchere al vento.
La tregua della pioggia era terminata.
Ripresi il passo, senza correre, ma sostenendo un ritmo più sostenibile rispetto al precedente.
Provai a chiamare mia moglie, ma non usciva ancora voce dalla mia bocca, soltanto respiri affannati e qualche suono gracchiante.
La maniglia della porta, entrai in casa.                                                                                             
Bianco come un cencio, col collo tumido di fatica, e gli occhi spalancati farfugliai qualcosa, uscendo, rientrando, uscendo di nuovo con un bastone, rientrando...e poi mi calmai mentre la cagna si chetava ed il cielo riprendeva a rombare di vento e nuvole.
Nessun cenno giunse più dalla proda dei campi, dietro alla stalla.
La montagna aveva ripreso il suo respiro.
Stremato, sentii che quella lotta contro la paura non me la sarei mai dimenticata.
L'indomani, le tracce nel bosco confermarono quanto avevo immaginato durante quell'esperienza: era un branco di lupi, arrivato a meno di quindici metri dalla stalla.
Non son riuscito a distinguere il numero esatto dei soggetti, ma come minimo erano quattro.
La paura è stata tanta, non me ne vergogno.



martedì 24 novembre 2020

Dal tramonto alla cena

 S'accorciano le giornate.
Mentre la bimba fa merenda, dopo essere ritornata dall'asilo, il sole spoggetta dietro la casa, e le ombre s'allungano quasi come ad abbracciare i campi verso est.
Una fetta di pane con il miele, mangiata davanti al camino, e poi via, fuori, per l'ultima corsa della giornata.
Lei corre, mentre il cane le gira attorno, tra grida ed abbai che echeggiano sino al fiume nelle calanche sotto ai castagni.
Il freddo strizza le gote, e le mani cercano angoli tiepidi nelle tasche.
Le galline da governare, i gatti ruffiani che non ti fanno camminare, e l'ultima carretta di legna per bruciare.
Un fischio lungo, ed il cane dirizza le orecchie mentre gli indico la bimba: lei sotto al ciliegione spoglio gioca a far da mangiare, ma oramai è buio, son le quattro e mezza.
Un altro fischio, lungo, e la cagna abbaia a lei che fa finta di non sentire, salvo poi rientrare quando accenno il mio darle le spalle: eccole assieme, cucciole che crescono, entrambe, nella loro gara dei "musini zozzi", un pò trotterellando, un pò a passo lento.
La carezza per una, mentre l'altra mi vuol salire in collo, reclamandone il diritto per tanta che è la sua stanchezza.
Una volta in casa, è ancora tempo di merenda,.. quella mererenda infinita, dettata da una qualche fame  atavica che questa creatura si porta dietro.  Lei, che più che mangia e meno che ingrassa, tonica, forte, tirata, sempre in movimento sempre a chiacchierare, anche quando la bocca è piena dell'ennesimo boccone di pane bono.
E' questo il momento della giornata in cui le braccia e la schiena mi chiedono riposo, desiderano quel dondolo davanti al fuoco acceso, o meglio ancora un pò di poltrona, giusto per recuperare un poco.
Macchè...
E' questo il momento dei giochi, dei disegni, dei balli, delle storie inventate.
le storie inventate, dove un pò Pollicino, un pò Mignolina, un pò Buchettino si ritrovano con gli stivali delle sette leghe, un pò dell'orco ed un pò del gatto, a salvar un pò Prezzemolina, un pò Raperonzolo chiusa in una qualche torre nel bosco.
E poi arriva il principe di turno, un pò azzurro, un pò felice, un pò ranocchio, che brucia nel forno la strega cattiva, solo dopo averla trafitta con lo spadone, o gettata in qualche burronone...ma tanto alla fine tutti vissero felici e contenti alla corte del babbo re.
E son sempre queste le storie, un pò ricordate, un pò lette, un pò inventate, che fanno spalancar quella bocchina, mentre quegli occhi che bucano son cuciti sulle mie parole dette, sulle mie vocine e vocione, sulle mie pause.
In quel momento mi passano tutti i dolori alle ossa, ed il petto mi si gonfia dei fiori di tutti i prati.
Sono un babbo contento, stanco, ma contento, mentre quell'uragano di figliola s'accosta alla mia gamba, l'abbraccia, e mi chiede un'altra storia, mentre ancora colo segatura dal maglione e le mani sono nere della giornata di lavoro.
Un compromesso, un altro ancora, guadagno 5 minuti per potermi lavare e cambiare, e poi via, per un ballo nel salotto, o una torre da fare con le costruzioni, o un bambolino da ninnare, o una pappa da assaggiare.
Mi "salva" la cena da preparare, con un'assistente speciale, che col suo coltellino liscio e il tagliere vuol preparare la cipolla, salvo prima raccomandarsi di bagnarle quella lama così gli occhietti non lacrimeranno.
Tenace, inesauribile, attenta, segue i miei movimenti, riproducendone rumori come in una danza raccontata a voce: il barattolo dei pomodori che si apre, l'aglio che si schiaccia, l'olio nel tegame, l'acqua che bolle, il pecorino e la grattacacia in tavola, e via di corsa a lavarsi le manine.
Saetta via, sapendo che al suo ritorno troverà la pastasciutta pronta, ed un babbo ed una mamma spappolati di stanchezza, ma colmi d'Amore.
I pensieri son tanti, specie di questi tempi, ma lei azzera sempre tutto, regalandoci attimi infiniti ed indelebili, nei nostri cuori di genitori.
E mentre lei mangia, e vuol partecipare a tutti i discorsi, la cena scivola via, quasi sfumando nell'ennesima giornata lunga passata al Podere, qui...in Montagna.